Home Da conoscere “Renato Zero. Il mercante di stelle” di Andrea Pedrinelli

“Renato Zero. Il mercante di stelle” di Andrea Pedrinelli

In libreria per Giunti Editore un nuovo prezioso libro uscito dalla sapiente penna di chi di musica ne sa…
Si tratta di “Renato Zero. Il mercante di stelle. Le storie dietro le canzoni” scritto da Andrea Pedrinelli ed è proprio a lui che abbiamo rivolto qualche domanda per saperne di più.

L’intervista

Partiamo dal titolo… Il mercante di stelle: “mercante” è una parola ricorrente nel mondo di Zero? Come nasce?

Grafica Divina

In realtà no, se non per certi versi in negativo, in tanti suoi brani-denuncia di mercificazione e omologazione della società. Ma nella canzone “Il mercante di stelle”, del resto, che non è di Zero e però lo rappresenta bene, c’è un altro tipo di “mercante”. Il brano è la metafora poetica dell’artista che “vende” poesia, sfoghi, sogni per aiutare sé stesso e gli altri a vivere meglio e ad uscire dai vari, possibili tunnel dell’esistenza. E comunque, a pensarci bene, già “Mi vendo” conteneva questo concetto, del mettersi appunto in vendita e se vuoi dell’arte “anche” come mestiere e lavoro, ma sempre (e già allora) in reazione al commercio dell’anima tipico di ideologie e consumismo, nonché per comunicare valori e speranze, distogliere dai disvalori, aiutare soprattutto i più fragili anche mettendosi in gioco per assumere su di sé il ruolo dell’esempio. Renato, oltre ogni maschera e ogni provocazione, è sempre stato questo, ed è per questo suo modo/esigenza di intendere il far canzoni che è un gigante della nostra musica d’autore.

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Renato Zero il mercante di stelle

Che mondi ci sono dietro i testi delle sue canzoni?

C’è la capacità straordinaria di guardare la realtà anche negli angoli più bui, meno praticati, più difficili da rendere poetici (ovvero i famosi “Marciapiedi” e “Periferie” di certe sue canzoni, insomma la realtà vera che poi Zero ha vissuto davvero, sul campo), per: intanto trasfigurarla poeticamente e donarle antidoti, indi andarvi a fondo cercando di capire malesseri e storture, infine mettere in guardia tutti -spesso anche profeticamente- da certe derive della società. Zero ha cantato contro la droga fin dall’inizio, contro i razzismi e il sessismo da sempre, per la “diversità” come valore sin da ragazzo; ha intravisto problematiche anche forti per primo, nelle canzoni (i manicomi, la depressione, l’arrivare primi come unico scopo di troppi, il degrado ambientale…). E tutto con parole chiare ma anche con poesia, emozionando o commuovendo, oppure con una sferza capace di ironia straordinaria e provocazioni sardoniche strepitose quanto profondissime. Ho analizzato per questo libro tutte le sue oltre 450 canzoni incise, e davvero è un canzoniere ricco di significato, intuizioni, sia poesia che contenuti impegnati.

Quale la cosa meno conosciuta della sua vita?

Credo sia il “dietro le quinte” dei suoi quarant’anni, quando annunciò di ritirarsi dalle scene e poi invece dal Sanremo di “Spalle al muro” ripartì alla grande. Perché non ci fu solo un pizzico di furbizia strategica, allora; ci fu anche un malessere privato molto forte, l’esplosione del conflitto fra Renato e Zero, fra l’uomo e il divo, che lo aveva paradossalmente afflitto sin dagli anni di maggior successo popolare, dal “Carrozzone” a metà anni Ottanta, e soprattutto c’era la malattia della madre. Che nell’89 si è ammalata di Parkinson e questo ha destabilizzato Renato, gli ha fatto realmente pensare di ritirarsi per aiutarla come lei aveva aiutato lui negli anni, e gli ha fatto scrivere o cantare canzoni, come “Rose” o le stesse “Spalle al muro” e “Ave Maria”, che a differenza di tante altre non esplicitavano in toto cosa c’era dietro il testo. Quegli anni di sofferenza e dubbi però partorirono il grande Renato Zero autore, interprete e “icona” del secondo tempo -sempre di successo- della sua carriera. Uno Zero maturo al mille per mille che non ha ancora finito di agire, per inciso.

Quali secondo te i tre momenti più importanti per la sua carriera?

Il primo fu da ragazzo scegliere la sua strada, in una lunghissima gavetta che passò per mille arti dello spettacolo. Quando decise per la canzone, fu già Renato Zero, anche se debuttò solo qualche anno dopo: ma già nel primo suo disco “No! Mamma, no!” c’è tutta una poetica, e ben definita. Il secondo momento senz’altro fu Sanremo ‘91, la risposta della gente e della critica a “Spalle al muro”: si accorse che poteva ancora dire tanto, e che la gente non aveva bisogno di lustrini per seguirlo. E il terzo direi “Zerovskij”, riuscire a coronare il sogno di un’opera fra musica e teatro, per raccontare e raccontarsi a trecentosessanta gradi da autore, cantante, teatrante, mettendo insieme il suo ieri artistico, il suo oggi, le sue intuizioni sulla musica e le cose da dire di domani. È forse il suo capolavoro, quell’opera, sia su disco che a teatro e al cinema.

Una carriera lunga quella di Zero, se tu avessi potuto fermarla che momento avresti scelto?

Per me come persona il momento è “Amore dopo amore”. 1998. Un disco strepitoso, concerti commoventi, una creatività alle stelle sparsa anche in mille singoli extra-album. Quel Renato Zero per me è rimasto il top fra i top, ancora oggi quei brani, i video di quei concerti, mi commuovono e mi donano infinite riflessioni.

Quali le difficoltà e le possibilità di un lavoro di questo genere?

Scrivere un libro come questo è lungo, e comporta ricerche certosine; che però mi piacciono. La forza di riuscire a scrivere libri così sugli artisti e le loro opere credo invece sia la certezza di averli indagati -e dunque rispettati- a fondo, sia l’ambizione di consegnare al tempo una storicizzazione precisa della grande arte musicale, che noi in Italia buttiamo sempre via, e invece bisogna fermare, ricordare, lasciare al domani in modo che domani ci si ricordi chi è stato Renato Zero (o chi per lui) e che cosa ha creato, e che cosa ha insegnato, ben oltre le solite etichette che nel suo caso sono “Triangolo” e dintorni. È davvero lungo e pesante scrivere libri con questo modo di procedere, fra interviste, ricerche, ricostruzioni analitiche, verifiche in Siae eccetera, ma a parte che mi viene quasi spontaneo, credo che il risultato si distingua in fretta, dall’acqua fresca di tanti volumi musicali specie italiani. Ché all’estero, ripeto, il metodo che uso è abituale. E comunque, i grandi se lo meritano.

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Intervista di: Elena Torre

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