Home Da ascoltare “Pop, Rock, Jazz… e non solo” Enzo Moscato “Modo minore”

“Pop, Rock, Jazz… e non solo” Enzo Moscato “Modo minore”

Enzo Moscato Modo minore
(Squilibri)

Farfalle sonore di spesso ineludibile concretezza artistica: si potrebbe definire così, il contenuto dell’intrigante viaggio compiuto dal maestro del teatro napoletano Enzo Moscato (con direzione musicale di Pasquale Scialò) dentro brani dimenticati della storia della canzone partenopea, anche se magari passati addirittura dal rimpianto Festival di Napoli.

In “Modo minore”, definizione che poi è la sintesi poetica d’un pudico voler interpretare con umiltà pagine a volte anche di notevole spessore musicale, Moscato mesce canzone e teatro: ma anche canzone di Napoli e canzone “altra”, osando raffinate e colte interpolazioni d’un materiale ora pop ora popolare anche con l’ausilio dell’essenzialità sensibile d’un ensemble che sa vagare dal folk al jazz, con piglio sia culturale che comunicativo.

Grafica Divina

La scaletta di “Modo minore”

Nella scaletta, che poi corrisponde a quella dell’omonimo spettacolo con cui Moscato ha fatto rivivere anche fisicamente su palco un repertorio davvero succoso, ci sono pure alcuni inediti: “Carnale” d’eleganza antica, “Chiaro scuro” di melanconico intimismo, “Cinema Aduà” che rievoca il passato con bello struggimento qua e là ispessito da slanci improvvisi, la notevole “Nun parlà” che pare degna della (imponente) tradizione canora di Napoli.

Ed è inedita, per il testo, anche “Modus Minor”, brano dell’81 di Pino Donaggio per una colonna sonora che Moscato trasforma in graziosità lirica: osandovi uno dei tanti innesti/contrasti che infarciscono il suo lavoro, di cui anzi forse sono le fondamenta più originali, imprevedibili, interessanti.

È infatti di gusto e peso il collegamento fatto tra la sfiziosità da night de “L’ammore mio è… frangese” e il classico “Accarezzame”, come spiazza con classe accostare “Bang bang”, beat anni Sessanta, a un Bruno Martino intrigante quanto poco noto, quello del “Dracula cha cha cha”.

E funzionano a meraviglia pure gli innesti/contrasti più coraggiosi, ovvero quello fra “Guaglione” e la sua traduzione in francese “Bambino” lanciata da Dalida, e soprattutto quello che partendo da frammenti del Köln Concert di Keith Jarrett sfocia nella melodia deliziosa della riscoperta “Nun t’aggi’ ‘a perdere” del ’76.

Anche il mix di due canzoni-serenata con eco di Carosone, “Russulella” e “’O sfaticato d’‘o quartiere”, ridà con garbo e intensità uno spaccato della Napoli dei cafè chantant e dell’avanspettacolo. Alla fine, degli innesti/contrasti osati si può bocciare solo quello – bizzarro, e diremmo anche poco rispettoso – che unisce senza un perché “Arrivederci”, capolavoro di Umberto Bindi, “Ciao amore ciao”, canzone tragica perché nata fra mille censure e destinata a spingere Tenco al suicidio, e “La ballata del Cerutti” che per atmosfera e goliardia nulla c’entra: e fra l’altro questa canzone nel libretto è pure indicata con titolo sbagliato ed autore approssimativo (il testo è dello scrittore Umberto Simonetta, Giorgio Gaber non scriveva testi…).

Ma questo è solo un dettaglio negativo, affiancato semmai dalla risaputa “Serenata arraggiata” che si poteva tranquillamente lasciare nel dimenticatoio, dentro un percorso amplissimo, di teatralità esplicita e intenzioni culturali di peso, che per lo più coinvolge, regala mille sapori, a tratti spiazza sino ad avvincere.

Verso la colonna sonora d’un teatro da camera, o se volete un’esplicita antologia di piccola-grande musica da recuperare e conservare, che rimette in luce anche l’ironia di “’O giubox ‘è Carmela”, il fascino di “Na Bruna”, il Carosone anomalo e cantautorale di “Giacca rossa ‘è russetto” (vera gemma, riletta con garbo), la simpatia travolgente – tipica di Napoli – d’una “Mandolino d’’o Texas” che oscilla fra la tradizione partenopea e il country.

La voglia di aprire Napoli al mondo

Confermando che già da sempre, dentro la storia musicale sviluppatasi sotto il Vesuvio, erano latenti delle caratteristiche decisive che Moscato ha voluto e saputo rivitalizzare: su tutte, la voglia di rischiare e una palese necessità di contaminarsi, per aprire Napoli al mondo e permettere al mondo di lanciare uno sguardo tra i vicoli di Napoli.

Articolo di: Andrea Pedrinelli

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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