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Un mese dopo in ricordo di Stefano D’Orazio

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La sera di venerdì 6 novembre si spegneva a Roma Stefano D’Orazio, storico batterista-paroliere-cantante dei Pooh e autore di numerosi, fortunati musical

Oggi sabato 5 dicembre in prima serata su RaiUno, per ricordarlo, verrà trasmesso sotto il titolo “Ciao Stefano, amico per sempre” lo storico primo concerto (a San Siro) dell’ultima tournée dei Pooh, ripreso nel giugno 2016 ed arricchito da numerose sue interviste registrate nel backstage.

Intanto nei negozi fisici e negli store digitali è uscita l’antologia dei Pooh “Le canzoni della nostra storia”, cui Stefano e i colleghi avevano contribuito con le loro scelte, raccolta Sony in 4 Compact Disc o 3 Long Playing che ripercorre tutte le hit della band (riprese per lo più da album live) affiancandole a una selezione di brani minori solo per dire, in realtà di livello e spesso significativi per i fan. Nell’opera è presente anche la chicca del demo inedito d’una primissima versione di “Tanta voglia di lei”, la canzone con cui i Pooh nel 1971 per la prima volta scalarono le hit parade sino alla vetta; nell’antologia la canzone, ripresa da una lacca d’epoca, viene regalata ai fan ancora in fase embrionale: ovvero suonata dal gruppo senza orchestra e cantata – già da Dodi Battaglia – con però un testo (“Meno male” ne è il titolo) che poi fu scartato, a favore delle liriche di Negrini entrate trionfalmente nella storia della canzone italiana.

Il valore di Stefano nella storia dei Pooh

È passato un mese, da quel messaggio sul telefono che toglieva il fiato e annunciava l’addio a un amico, oltre che a un professionista di altissimo profilo, a un musicista storico, a una persona intelligente, ironica e sensibile come poche.
E forse oggi, a dolore ancora forte ma mente un poco più fredda, è giusto fare un punto.
Sull’importanza di Stefano D’Orazio e sul valore assoluto della vicenda dei Pooh, che con la sua scomparsa si chiude in modo definitivo e che però è quella della più importante e grande band musicale italiana di tutti i tempi, senza se e senza ma, con solo il Quartetto Cetra a rivaleggiare: ma su ambiti espressivi nonché storici sicuramente differenti.

Partiamo dai Pooh

La qualità e copiosità del loro canzoniere non è in discussione, e chi scrive deve segnalare che fa un po’ rabbia, ci si sia accorti che i Pooh erano e resteranno eccellenze assolute della nostra canzone (come Mia Martini, come Enzo Jannacci, come Modugno, Branduardi, Battisti, Mango, Pino Daniele, Gaber, Ranieri, Paoli, i Cetra stessi e non tantissimi altri) solo nel momento del loro scioglimento. E che ci si sia presi la briga di celebrarli solo alla morte di Stefano. È dal 1971 di “Tanta voglia di lei”, che i Pooh sono eccellenze: e lo sono rimasti – sempre in vetta alle hit, sempre davanti a grandi platee, sempre con spettacoli innovativi e canzoni che rimanevano nel tempo – pure quando dall’allure del rock sinfonico hanno scelto di passare al pop-rock, per poi espanderlo in quel pop d’autore ben esemplificato da quella “Uomini soli” che con “Nel blu dipinto di blu” e “Canzone per te” di Sergio Endrigo si stacca decisamente dalla media delle canzoni vincitrici del Festival, per formare la top 3 della qualità assoluta sanremese.

I punti fermi senza i quali i Pooh non sarebbero esistiti

La storia dei Pooh ha alcuni punti fermi, senza i quali – e ciò, va detto, pure a dispetto di certuni miopi loro fan – i Pooh o non sarebbero mai esistiti, o non avrebbero superato la moda dei gruppi che rese Dik Dik, Camaleonti e pure la spocchiosa Equipe 84 ben presto revival e poco più, tantomeno sarebbero arrivati a celebrare cinquant’anni ancora sul pezzo, ancora creativi, ancora con una qualità artistica e professionale che molti negli anni anche fra i colleghi più seri ed onesti (volete due nomi? Pino Daniele e i Nomadi) hanno loro sempre riconosciuto. Perché i Pooh mai, sono scesi nel revival, mai hanno mostrato copie sbiadite di loro stessi, mai hanno abbassato l’asticella. Sino alla coraggiosa, divisiva ma sacrosanta (e forse adesso qualcuno avrà anche capito perché, era necessario scendere dal palco prima che il destino imponesse di farlo) di chiudere in vetta. Dopo cinquant’anni che rimarranno negli annali come l’avventura più importante della musica italiana, ben più lunga e produttiva di quella dell’accoppiata Mogol-Battisti: che cinquant’anni, non è durata.

Il primo punto fermo, quello senza cui i Pooh non sarebbero mai esistiti, era Valerio Negrini.
Che li fondò, con Mauro Bertoli, a Bologna nel 1966. E che dopo averli accompagnati sul palco alla batteria per cinque anni ne è rimasto sino alla sua scomparsa il Poeta con la maiuscola, un paroliere di qualità e originalità uniche, ben superiore – anche per i temi sociali trattati, nonché per le forme espressive ideate e poi copiate da chiunque – a Mogol.

Il secondo punto fermo, e sarebbe bene che a questo gentiluomo d’altri tempi i fan dei Pooh dedicassero un monumento, fu Giancarlo Lucariello.
Un visionario, più che un produttore, uno che sentì la band cantare a cappella un brano dei Beatles nel ’68 al Vum Vum di Roma e disse: “Li farò diventare il più grande gruppo italiano della storia”. Poi, lo fece. Valorizzando la qualità compositiva prima e vocale poi di Roby Facchinetti, spronandolo a espandere il proprio talento sino alla creazione del pop-rock sinfonico fatto di suite e musica quasi colta che ha le sue vette nel brano “Parsifal” e nel disco “Un po’ del nostro tempo migliore”. Faccende che gli amanti del prog in Giappone, per dire, ritengono superiori alle opere di pur immensi gruppi tipo PFM od Orme, faccende che rimangono la vetta dell’opera dei Pooh, il linguaggio più originale, approfondito, sfaccettato, qualitativo da loro creato nel tempo. Poi Lucariello spronò Negrini a superare le sue bizzarrie, a lavorare su di sé, a diventare il Poeta che tutti conosciamo: che non è Poeta con la maiuscola perché ha scritto “Piccola Katy”, figurarsi, ma perché dopo che Lucariello defenestrò “Meno male” (il provino deprimente testé riemerso dagli armadi) arrivò a scrivere “Tanta voglia di lei”. E poi “Pensiero”. E poi “Noi due nel mondo e nell’anima”. E poi “Parsifal”. E poi anche “Pierre”, “Uomini soli”, “Giorni infiniti”, “Ascolta”, “Figli”, “Tu dov’eri”, e ci fermiamo. Fra l’altro Lucariello spronò anche Valerio a uscire dalla band, perché l’uomo – l’abbiamo conosciuto, era davvero bizzarro – non poteva gestirsi in pubblico fra palco e conferenze stampa; dietro le quinte, invece, poteva essere – ed è stato – la marcia in più per parole di livello assomiglianti alle musiche di livello di Facchinetti.
Lucariello indi spinse Dodi Battaglia a sviluppare il suo talento chitarristico (e chi dice che Dodi non è il più grande chitarrista pop-rock italiano di tutti tempi mente sapendo di mentire, oppure è ignorante, fate vobis), e pure a trovare una sua via compositiva e a imparare ad esprimersi vocalmente, sino a fare anche di lui un cantante di personalità.
E Lucariello scelse, poi, sia Stefano D’Orazio che Red Canzian (Red fu un altro che Giancarlo spinse a cantare da solista, sin dalla sua prima incisione nei Pooh). Li scelse a completare un quadro, o meglio una visione, che in cinque anni portò dei Pooh pronti allo scioglimento a: crearsi un linguaggio unico; dominare le hit parade; mettere le basi per resistere nel tempo. Perché Lucariello, ai Pooh, dettò pure le regole, quelle che hanno rappresentato l’impalcatura imprenditoriale di cinquant’anni, e che Pino Daniele cercava di studiare e imparare ogni volta che passava per la CGD milanese, portandosi via tutti i loro faldoni di progetti e ricerche di mercato. La prima regola, decisiva, fu mettere i Pooh, la visione, al primo posto: e tutto il resto dietro, niente narcisismi, uno per tutti e tutti per i Pooh. E poi certo trovateli, voi, quattro professionisti capaci di dimenticare le loro qualità personali per restare band cinquant’anni. Ai Beatles, per dire, non riuscì…

Il terzo punto fermo della Pooh-leggenda è Roby Facchinetti.
Compositore sommo, di cultura classica, di creatività sterminata, che già all’alba della storia aveva fatto passare i Pooh da solita band di cover a gruppo con canzoni proprie, componendo faccenduole tipo “In silenzio” o “Brennero ‘66”; e poi ha continuato a scrivere successi, a scrivere capolavori, e tuttora continua a farlo giacché – non ce ne vogliano i colleghi – è palese che il linguaggio dei Pooh musicalmente l’abbia strutturato lui, com’è evidente che i suoi dischi solisti siano d’altro pregio, rispetto a quelli degli altri. “Rinascerò, rinascerai”, che con il testo struggente proprio di D’Orazio è stata tradotta in tutto il mondo, non è che la vetta della sua produzione solista recente: ma riascoltatevi il disco con Fogli, e poi ne riparliamo.
Quarto punto fermo per cinquant’anni di Pooh in vetta, e non è mica poco, è la chitarra di Battaglia. Sia per un sound unico, riconoscibilissimo, fatto d’un mini anticipo di note e svisi, d’una fluidità intelligente, d’un virtuosismo mai dimentico della melodia, d’una capacità di inventare soli che è sempre stata pazzesca – e lo è tuttora; sia per la sua qualità di chitarrista ritmico, che ha creato dei groove capaci di influire non poco su diffusione e successo di tante hit, basti qui citare “Amici x sempre”, “Io sono vivo”, “Chi fermerà la musica”.

Infine, l’ultimo punto fermo sul quale – pure qui – i Poohlover sarà bene rivedano le loro scalette di priorità è stato, appunto, Stefano.
Senza il quale i Pooh – ne siamo non certi, ma certissimi, a cinquant’anni non sarebbero MAI arrivati.

Stefano D’Orazio, dunque. Chi è stato?

Certo era un artista e un uomo multitasking: tanto che prima ancora del D’Orazio Pooh in quanto musicista, bisogna parlare per l’appunto – perché lì stava la sua importanza fondamentale – del D’Orazio manager dei Pooh.
Stefano, che per mesi visse in casa di Lucariello all’inizio della sua avventura nella band, imparò il mestiere del produttore-visionario da Giancarlo: e furono molto intelligenti, lui e i suoi colleghi, a continuare a tenere fisse le regole della visione lucarelliana anche quando, in modo naturale, il rapporto con Lucariello si interruppe.
I Pooh – era il 1976 – divennero così produttori, arrangiatori, coordinatori di sé stessi: un unicum allora in Italia, una strada che molti hanno poi copiato e/o provato a copiare, e che ha garantito loro nel tempo di avere sempre il controllo e della loro produzione artistica e della loro attività dal vivo.

Stefano però, in particolare, nella suddivisione dei ruoli che portò ogni Pooh ad approfondire un proprio campo di competenza, divenne il manager della band. Il che non vuol dire che gli “altri tre” facessero poco, anzi; però significa che, mentre i famosi “altri tre” inevitabilmente e giustamente più legati ad aspetti artistici andavano a comporre, tessevano relazioni sociali, prendevano momenti di pausa in cerca d’ispirazione, D’Orazio se ne stava perennemente nel suo ufficetto attaccato ad agenda, computer, telefono. E quando finiva una tournée, mediamente cioè due volte l’anno, mentre gli “altri tre” andavano a riposare lui chiudeva i sospesi, regolava i rapporti con tecnici e maestranze, faceva il bilancio economico del tour e controllava che tutti i materiali venissero restituiti ai service piuttosto che, anzi per lo più visto che i Pooh quello che guadagnavano lo investivano nella loro musica, immagazzinati correttamente nei capannoni della band.

Quindi, Stefano D’Orazio dal 1976 al 2009 ha lavorato per i Pooh, fra progetti, budget, appuntamenti, riunioni, telefonate, idee da sviluppare, materiali da comprare e stipare, e così via, PIU’ l’attività di scrittura, incisione, promozione, tournée, ventiquattr’ore al giorno 365 giorni l’anno. Per forza, nel 2009 non ne aveva più: e per questo si ritirò a pensare i suoi intelligenti e gustosi musical, a scrivere sapidi libri, a progettare un’altra infinità di cose ma solo come autore, scegliendo una vita più casalinga con la compagna e poi moglie Tiziana ed a vari progetti da gestire sempre però senza palco con l’amico, gran professionista e altra ottima persona, Varis Casini.
Senza questa attività H24 di D’Orazio, però, che è un qualcosa di straordinario per un artista della musica, in Italia ma non solo, i Pooh forse non sarebbero rimasti neanche quindici anni: figurarsi cinquanta. Perché solo la solidità manageriale, la gestione delle risorse, la creatività pragmatica, l’intelligenza concreta di Stefano hanno fatto sì che dietro la grande musica e le grandi creatività degli “altri tre” ci fosse un impianto capace di stare in piedi da solo, essere al passo dei tempi e della tecnologia, generare utili e pure creare lavoro. Per inciso molto lavoro, per tantissime professionalità e persone che grazie ai Pooh hanno vissuto serenamente il loro mestiere nella musica, rispettati e valorizzati.

E poi c’è lo Stefano artista

C’è dunque il batterista, con un suono riconoscibile e modalità interpretative precise; non era un virtuoso, ma la sua batteria era “la batteria dei Pooh” e la riconoscevi quasi quanto la chitarra. Al di là d’una curiosità che lo portò a essere il primo in Italia a usare la doppia batteria e gli fece suonare sul palco campane tubolari, gong, vibrafono, percussioni elettroniche, persino delle pentole adattate a produttrici di note specifiche. (Perché c’era anche il D’Orazio ideatore degli show, dei fumi, dei laser, delle pedane semovibili, dei fuochi d’artificio, di tutto un ambaradan che generava il famoso “concerto dei Pooh” ovvero un evento, qualcosa di inarrivabile in Italia, qualcosa che De Gregori e Baglioni andavano a studiare camuffati per copiarne poi le idee nei loro show; e anche questa è storia, un’ulteriore storia).

C’è poi lo Stefano autore, spronato anch’egli da Lucariello nel 1975 a mettere in gioco la sua intelligenza e cultura, sino a vergare un primo testo, bello e profondo, “Eleonora mia madre”, e via via farsi autore dei Pooh sempre più incisivo, inventivo, sensibile ma anche ironico. Stefano divenne autore di brani sociali colmi di riflessioni importanti (“Lettera da Berlino Est”, “Numero uno”, “C’è bisogno di un piccolo aiuto”, “Buona fortuna buon viaggio”); d’autobiografie della vita da Pooh storiche e divertentissime (“Pronto buongiorno è la sveglia”, “Dove sono gli altri tre”); di belle canzoni d’amore e sensualità (“Stare senza di te”, “Cercando di te”, “L’altra faccia dell’amore”, “Stai con me”, “Dimmi di sì”); di piccole grandi hit della band fra solarità adulta e poesia intrigante (“La donna del mio amico”, “Aria di mezzanotte”, “Che vuoi che sia”); di canzoni molto “sue” fra autobiografia e ricerca continua sul piano stilistico (“Senza musica e senza parole”, “La ragazza con gli occhi di sole”, “50 primavere”, “Buona fortuna”); di pagine quasi favolistiche, figlie d’una sensibilità spesso nella vita volutamente camuffata di sarcasmo (“Storia di una lacrima”, “La leggenda di Mautoa”, “Ventimila leghe sopra i cieli”).
Ma l’autore-Stefano è stato, nei Pooh, anche l’autore dei parlati di concerti divenuti nel tempo veri e propri, divertentissimi e ancora una volta originalissimi, happening teatral-musicali; nonché il maggiore sponsor della sfida del musical che con “Pinocchio” portò il nome dei Pooh addirittura a Broadway, dando pure un seguito moderno in Italia all’eredità di Garinei e Giovannini, con spettacoli multicolori per famiglie e bambini ma non privi di profondità ed etica, cui poi D’Orazio da solo aggiunse altri titoli.

E infine, ovviamente, c’è lo Stefano cantante. Che appare a poco a poco come solista nella discografia della band, ma poi, quando Facchinetti in primis lo convince a cantare da solo pure lui, permette al gruppo e di avere nuove hit con una vocalità grezza ma incisiva, “normale” ma sentita (“Se c’è un posto nel tuo cuore”, “Per dimenticare te”, “Giulia si sposa” e altri brani già citati sopra come “Dimmi di sì”, “50 primavere”, “La ragazza con gli occhi di sole”) e di avere una voce in più per l’innovativa e mai imitata idea delle canzoni a quattro voci, quattro storie, quattro prospettive: cosucce che vanno da “La mia donna” ad “Anni senza fiato” a “Uomini soli” stessa.

Ecco, Stefano D’Orazio è stato tutto questo.
Soprattutto, senza di lui non li avremmo avuti, i Pooh, questa eccellenza della nostra musica, come li abbiamo avuti e per cinquant’anni.

Ed è bello, anche se fa male, sapere che grazie ai Pooh ora nella storia della canzone italiana che rimane nel tempo c’è anche il suo nome. Il nome del manager, del cantante, del batterista, dell’autore, dell’amico, della persona sensibile, sarcastica, bella che abbiamo avuto la fortuna di conoscere a fondo e che si chiamava Stefano D’Orazio. Perché non si vive per sempre, fece cantare Negrini a Facchinetti: ma forse, nella forza della bella musica e nel riconoscere il lavoro che ci sta dietro, sì che si può, vivere per sempre.

Articolo di: Andrea Pedrinelli

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

6 Commenti

  1. Grazie Andrea per questo splendido articolo che hai scritto ma vorrei farti notare, con simpatia e senza polemica, che anche tu come molti stai celebrando i Pooh solo adesso che Stefano non è più tra noi.

    • Guardi, non so se lei è un giornalista o meno. Nel caso, avrebbe dovuto verificare; altrimenti sono sviste che succedono, e non le porto certo rancore né mi offendo. Però meglio chiarire. Io ho iniziato a fare il giornalista musicale nel 91: e da allora ho scritto sui Pooh decine di articoli per tantissime testate, quotidiani come Avvenire e La Padania, grosse testate locali come La Gazzetta di Lecco, riviste specializzate, periodici. Più programmi TV e servizi TV. E mentre molti colleghi i Pooh li prendevano per i fondelli, come gruppo minore, io li ho sempre trattati come eccellenze; con paginate di celebrazione dei passaggi più importanti della loro storia al di là delle hit, sottolineature dell’unicità poetica di Negrini ben prima che morisse, segnalazione dei Pooh come band numero uno in Italia più e più volte dal ’91 in poi. Ho anche curato, nel 2011, un cofanetto di DVD intitolato Pooh Legend con quattro (quattro) libri allegati, in cui li celebro e sottolineo quanto nel pezzo per Da Sapere è sintetizzato; senza contare che nei miei libri “Le musiche del Natale”, “Canzoni da leggere” e soprattutto “La canzone a Milano” si parla diffusamente dei Pooh come eccellenze. Addirittura ne “La canzone a Milano”, edito da Hoepli circa sei anni fa, i Pooh sono da me definiti chiaramente in un passaggio di un capitolo sui grandi eventi musicali a Milano, in riferimento al loro storico concerto dei centomila in Duomo (io c’ero, ero in prima fila…) “Senza se e senza ma il più grande gruppo della storia della canzone italiana”. Può cercare il libro su Amazon… Davvero non le porto rancore, carissimo, ma meglio prima informarsi. Io non sono salito sul carro dei Pooh, c’ero ampiamente da anni fra gli insulti e le pernacchie di tanti critici ed appassionati che i Pooh, ohibò, li hanno scoperti solo postumi. Pensi però che mi era successo anche al liceo, e forse è il destino di chi segue -e lo dice- la cosiddetta musica “pop”, e non quella che va di moda fra gli “intellettuali” (e le risparmio come Gaber avrebbe definito gli intellettuali…): tutti mi prendevano in giro perché ascoltavo i Pooh ma evidentemente, non li avevano mai ascoltati. Perchè quando poi i Pooh si esibirono a Sanremo, con “Uomini soli”, beh: il giorno dopo mi guardavano tutti con ammirazione e mi chiedevano scusa. “Cavolo ma sono fortissimi questi Pooh, che bravi… Ma che dischi ci consiglieresti, del loro repertorio?” No, Andrea Pedrinelli dei Pooh pensa, dice, scrive e testimonia le stesse cose da quando li ha scoperti, nel ’79, e criticamente ha preso coscienza del fatto che nessuna altra band italiana è al loro livello (anche se stimo infinitamente gruppi come il Banco, le Orme, i Nomadi…) lavorando da giornalista e approfondendo la storia della canzone, sino a formulare un pensiero critico che lei ha letto su Da Sapere e con cui, da diversi anni ormai, sa anche dire e motivare PERCHE’ i Pooh sono e rimarranno il top. Non da fan, ma da storico della canzone e da critico musicale. Cordialmente, amico mio, e viva i Pooh.
      Andrea

  2. Bellissimo!!!! Li ho eseguiti, amati e ascoltati per 40 anni senza sapere tantissime cose che hai scritto in questo articolo! Grazie! E’ bello anche conoscere i retroscena della musica!!!!

  3. Bellissima recensione con note di grande umanità complimenti.
    Ciao Stefano sei è resterai sempre nel cuore di tutti.
    Brutto scherzo che hai fatto.
    Luigi Eudizi

  4. Molto bene. Straordinario articolo. Una piccola considerazione: non crede che anche Red abbia finito con il caratterizzare i Pooh, con il suo modo di comporre, cantare, suonare il basso essere polistrumentista? Intanto complimenti. Luigi Russo

  5. Cosa posso aggiungere :è stato detto molto, al riguardo. Andrea grandissimo scrittore e critico d’arte. La loro musica ; una vera rarità. In certi versi esclusivamente unica. Io da musicista, lo vissuta molto e suonata. Questa musica 🎶 leggera e allo stesso tempo piena di emozioni, sa scaturire gioia e sentimenti serenità. Si rivela, nel nostro animo, come per gioco rispecchiando un’immagine vera, quella dell’amore :anche se spesso sofferente e lontana da poter raggiungere. Il vero canto sublime, come un’ inno all’amore e alla gioia. Ciao. Stefano. Pinosaxmusic 🎷. Pino.

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