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Cristina Borsatti ci svela i segreti di Scrivere sceneggiature…

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Appena uscito per Editrice Bibliografica “Scrivere Sceneggiature” di Cristina Borsatti un intrigante saggio per imparare tutto quello che c’è da sapere sulle serie TV, sugli adattamenti, sui film corali e chi più ne ha più ne metta.

Ad una lettura accattivante e scorrevole si aggiunge la professionalità dell’autrice.

Cristina Borsatti è story editor, sceneggiatrice e autrice televisiva ed è la nostra ospite 😉

Da poco è uscito il tuo nuovo libro dedicato alla scrittura delle sceneggiature con un occhio di riguardo alla serialità. Quali sono i vantaggi e i limiti delle serie?

Il più grande vantaggio è il tempo, le serie tv ne hanno molto a disposizione. Molto tempo per raccontare in profondità i personaggi, per farceli conoscere lentamente. Non è un caso se consideriamo alcuni personaggi televisivi alla stregua di amici. Ci accompagnano con le loro avventure e le loro fragilità per molti anni della nostra vita.

Quanto ai limiti, dipendono dai formati della fiction e dai canali che li distribuiscono. La soap opera, ad esempio, per sua natura non ha la qualità dialogica del cinema. La vecchia tv, quella generalista, impone passaggi pubblicitari e, dunque, una visione frammentata. La serialità esiste dalla notte dei tempi, funziona da sempre, non credo abbia limiti, ha piuttosto la possibilità di trovare nuovi spazi. Oggi è approdata anche al cinema e il pubblico sembra gradire.

Perché secondo te in questi ultimi anni c’è stato un incremento esponenziale nella fruizione e nella scrittura di conseguenza delle serie?

Faccio un passo indietro per risponderti. A partire dagli anni Novanta, soprattutto grazie alla televisione americana via cavo (HBO, tanto per fare un nome), la serialità televisiva ha fatto un salto di qualità, potremmo dire che è diventata più cinematografica. Si è assistito al trionfo della cosiddetta linea orizzontale, quella che ti porta per un’intera stagione dentro una storia e ti fa venire la voglia di vedere il seguito. Esattamente quello che accade al cinema. La qualità televisiva è piaciuta moltissimo al pubblico e ben presto l’hanno compreso anche nuove realtà distributive, che ne hanno fatto il loro punto di forza. Penso soprattutto alle piattaforme in streaming che, tra l’altro, hanno regalato al pubblico una nuova esperienza di visione. Le puoi vedere ovunque, su supporti diversi e quando vuoi. Il pubblico è caduto nella rete e ormai è intrappolato, ma esige molto, lo standard ormai è molto alto.

Sempre più spesso si sente parlare della Bibbia delle serie tanto che alcune come quella di Stranger Things è diventata un vero e proprio libro di successo ci spieghi bene di cosa si tratta?

Niente di religioso, eppure è considerato il testo sacro della scrittura televisiva. Si tratta di una fase di scrittura, di un documento progettuale che contiene tutto, ma proprio tutto, ciò che serve agli sceneggiatori per realizzare gli script dei singoli episodi. Ambienti, personaggi, linee narrative, persino il trattamento di un’intera stagione e i soggetti di episodio. Chi la scrive è di fatto l’autore della serie, crea un mondo, una mitologia che, nella migliore delle ipotesi, è destinata a espandersi ben oltre la Bibbia.

Quali sono gli strumenti indispensabili per uno sceneggiatore di serie?

Gli strumenti sono quelli di sempre, cari da sempre al cinema. Deve portarsi dietro un bagaglio di conoscenze e competenze che riguardano la drammaturgia e il linguaggio cinematografico. Inoltre, è indispensabile che sappia lavorare in gruppo, il confronto è l’arma più efficace quando si lavora ad una storia per immagini. Infine, gli serve una lavagna, di quelle grandissime, piena di foglietti e post-it. Difficile altrimenti avere una visione di insieme, riuscire ad afferrare nel complesso il progetto, perché il materiale narrativo è vastissimo.

Nel tuo libro, oltre a parlare di serialità televisiva, ti occupi di adattamento e di infrazioni. L’ultima parte invita il lettore ad infrangere le regole. Chi può farlo e perché?

Lo può fare solo chi sa esattamente quali sono queste regole, altrimenti è una partita persa in partenza. Ci vuole tanto mestiere per ingaggiare una guerra contro i principi della drammaturgia e contro quella struttura narrativa, che noi chiamiamo classica, che ha dato vita nei secoli a migliaia di capolavori. Una costruzione narrativa messa a punto per garantire il massimo del piacere al pubblico.

Perché farlo allora? Perché a volte, per esprimere ciò che vogliamo abbiamo bisogno d’altro. La struttura classica mette a segno un viaggio che culmina con una trasformazione, una crescita. Il protagonista, al termine di un’esperienza estrema, migliora, e se non migliora perisce (come avviene nella tragedia). Ma se io volessi dire che non siamo poi così padroni delle nostre azioni, che siamo piuttosto in balia di questo mondo e del destino? Allora, non potrei che ricorrere all’infrazione.

Dico spesso ai miei giovani allievi di sceneggiatura di non cercare di essere moderni a tutti i costi, talvolta si sfiora il ridicolo. Consiglio loro di cercare altre strade solo quando diventa davvero necessario.

Da leggere “Scrivere sceneggiature” di Cristina Borsatti Editrice Bibliografica

Intervista di: Elena Torre

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