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“Nobuko. Storia di un amore”, intervista a Diego Cucinelli che lo ha tradotto

“Nobuko. Storia di un amore” di Miyamoto Yuriko ed. Elliot
Intervista a Diego Cucinelli
Al termine della Prima Guerra Mondiale, Nobuko, ragazza giapponese con la passione per la scrittura, decide di trasferirsi a New York per iniziare una vita diversa da quella a cui era destinata in patria. Dopo qualche tempo incontra Tsukuda, un ricercatore giapponese: i due si innamorano, si sposano e tornano in Giappone. La differenza d’età, insieme a una opposta visione della vita, logorano la coppia portandola alla separazione. Pubblicato in Giappone nel 1924 e mai fino ad oggi tradotto in una lingua occidentale, Nobuko affronta per la prima volta da una prospettiva femminile la vita di coppia e il distacco ed è considerato una pietra miliare della narrativa giapponese moderna e femminista.

“Nobuko. Storia di un amore” intervista a Diego Cucinelli

È un libro dal ritmo “lento”, ma impossibile da lasciare perché la scrittrice attraverso sapienti tocchi di descrizione e di emotività dispiega la storia innanzi a noi con la delicatezza di movimento che è tipica dei giapponesi. Una storia molto visiva perché, seguendo le descrizioni, ci sembra di vivere accanto alla protagonista e percepirne gli stati di animo e visualizzare gli stessi panorami di lei. Un libro da leggersi con calma, bevendo una tazza di tè matcha all’ombra di un ciliegio. Al termine ci dispiacerà che sia finita la lettura.

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Ne parliamo con il traduttore Diego Cucinelli

Da Ranpo Edogawa a Miyamoto Yuriko il balzo pare abissale sia per tema sia per stile. Come è avvenuta la scelta di questa autrice?

In realtà Nobuko è un libro che fa parte della mia formazione, l’ho letto per la prima volta tanti anni fa, quando studiavo a Kyōto. Ne avevo tanto sentito parlare nelle aule dell’università e, quando l’ho trovato in una bottega di libri usati di Kyōto, ho subito deciso di comprarlo e leggerlo. Ricordo che penai molto per leggerlo perché, per il me di allora, era scritto in una lingua piuttosto complessa e ricco di termini desueti. Tuttavia, il suo fascino era grande, e lo è anche oggi.
Inoltre, finora non era mai stato tradotto in una lingua occidentale e, come studioso e traduttore, ciò ha rappresentato per me un motivo in più per dedicarmi all’opera.

Miyamoto Yuriko ha uno stile narrativo molto calmo, quasi dà delle pennellate di descrizioni e stati di animo rispetto allo stile quasi “urgente” e violento di Ranpo Edogawa. Come è fare la traduzione di due autori così differenti?

Sono mondi in effetti completamente differenti, ma il periodo storico in cui escono i due libri in Giappone è quasi lo stesso. Quindi due autori coevi che interpretano il mondo e lo rappresentano in modi molto diversi. Questa è stata la reale sfida stavolta, ma anche il principale stimolo.

Nobuko è la storia di una donna giapponese, ma in realtà parla delle ideologie e delle aspettative della società giapponese in merito alla condizione femminile. Basti pensare alla figura della madre di Nobuko. Come è stato vivere questa storia?

È un mondo molto lontano dal mio quotidiano e ho faticato non poco per entrare in sintonia con Nobuko e i componenti della sua famiglia. Nobuko da un lato è molto moderna nelle scelte che fa e ha il privilegio di viaggiare e conoscere paesi diversi dal Giappone, cosa che alla maggior parte delle sue coeve non era possibile, dall’altro, per una donna tanto giovane e con tali aspirazioni, la società giapponese può riservare diverse insidie, e la madre è sempre pronta a ricordarglielo.

Il fatto che Nobuko abbia vissuto in America, secondo te, le ha poi condizionato il punto di vista?

Sicuramente avere viaggiato e conosciuto contesti diversi dal Giappone ha contribuito ad aprire le sue vedute, e ciò lo si riscontra nelle interazioni con il mondo maschile.

Quanto, secondo te, nel rapporto con il marito c’è amore, volontà caparbia o paura delle reazioni sociali?

Questo è molto difficile da determinare. Credo però che per lei, una ragazza così giovane, si trattasse del primo amore. E questo, si sa, rappresenta un sentimento nuovo e travolgente che lascia ben poco spazio alla componente logica e razionale.

Il divorzio era visto normale da parte del marito che poteva tranquillamente ripudiare la moglie. Nelle scelte della protagonista questo può aver avuto un peso?

Il romanzo non giunge a descrivere le fasi vere e proprie del divorzio, anche se lascia ben pochi dubbi rispetto al futuro della coppia. In effetti la protagonista non sembra porsi il problema di cosa la gente penserà di lei quando sarà una donna divorziata. Credo che il suo stato emotivo sia talmente carico da impedirle di fare di tali pensieri.

L’importanza di questo testo nella letteratura giapponese.

Il suo peso è indubbiamente grande, perché l’autrice è molto nota e Nobuko costituisce una eccezione nel panorama della sua produzione letteraria, anche se è il romanzo che la ha portata all’affermazione come scrittrice.

Recensione e intervista a Diego Cucinelli: di Luca Ramacciotti

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