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Mario Castelnuovo incontro con un poeta libero

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Un poeta libero, incontro con Mario Castelnuovo

È uscito da poco il primo DVD della lunga, e per molti versi spettacolare, carriera di Mario Castelnuovo. “Mario Castelnuovo in concerto” è un sensibile e coltissimo viaggio dentro canzoni che spesso sono vere poesie, vestite di melodie eleganti, raffinatissime, toccanti, e nel concerto “ri-vestite” di arrangiamenti semplici all’ascolto quanto d’alto profilo musicale: realizzati con due chitarre, un violoncello e spruzzate di pianoforte.

I capolavori…

Oltre alle maree di qualità compositivo-lirica, ovviamente, che nell’incedere del filmato sommergono chi ascolta capolavori quali “Il mago” o “Annie Lamour”, “Lettera dall’Italia” o “Santa Maria delle Caramelle”, “A Certaldo fa freddo” o “Sul nido del cuculo”. Che poi ci sono ovviamente, nel concerto, anche “Nina”, “Oceania”, “Sette fili di canapa”, più che hit canzoni splendide cui il successo meritava d’arridere; nonché gemme forse da riscoprire: “Gli amici”, “Stella di sugo”, “Mandami a dire”, “Ma vie je t’aime”.

…E due inediti

Il DVD, edito da Azzurra Music, consente poi a Mario Castelnuovo – ormai prossimo ai quarant’anni di carriera – anche di regalare un inedito …e mezzo al suo pubblico. Ovvero la già nota ma giovanissima “Guardalalunanina”, brano che spacca il cuore e spalanca l’anima nel racconto d’una paternità fotografata l’attimo stesso del suo compiersi, e la nuovissima, inedita in toto “Stanotte ho fatto un sogno”, dolcissimo e assorto riandare con mente e cuore al ricordo dei genitori scomparsi: una canzone questa d’eleganza sospesa, con liriche scarne ma d’incisività commovente, perfettamente in linea con la firma stilistica abituale – e di spessore – dell’artista romano.

Ed i due brani inediti o quasi sono presenti nel concerto, ovvio, ma anche in un CD allegato al DVD: per dimostrare come il percorso coraggioso, fiero, indipendente, poetico di Mario Castelnuovo non è rivolto mai al passato, bensì sempre all’oggi e al futuro.
Nonché… all’infinito. Almeno, crediamo. Ché in Paesi diversi dal nostro, un artista dell’eleganza, della cultura, dello spessore umano e della profondità artistica di Mario Castelnuovo avrebbe non diciamo monumenti, ma ampio pubblico, riconoscimento unanime, dischi in cofanetti da opera omnia nei negozi -almeno quelli superstiti, almeno gli store digitale.
Siamo però in Italia.
Però credeteci, di Castelnuovo non ce n’è in giro tanti in un mondo dello show-business fatuo e villano, bolso e autoreferenziale, ignorante e di banalità spesso disarmante, che si copia da solo quando non copia l’America o il nostro stesso passato musicale.

Fosse per noi, invece, chiederemmo al Ministero della Cultura (a proposito: esiste ancora? Perché i teatri sono chiusi, i lavoratori dello spettacolo stanno da mesi senza lavoro, e Franceschini sponsorizza Netflix…) di regalare alle scuole o alle biblioteche i dischi di Mario Castelnuovo. Laddove qualunque canzone peschiate, pescherete bene.

Va beh. Intanto leggete, cosa dice Mario. Soprattutto se siete giovani, e volete fare gli artisti, crediamo che la sua intelligenza lucida e schietta possa farvi capire molte cose. Della musica oggi, del senso vero del mestiere del cantautore, d’una carriera che Mario non celebrerà – figurarsi, lo conosciamo ormai da venticinque anni, “schivo” nel suo caso è un eufemismo – ma che in questo Paese tanto assurdo quanto benedetto, qualcuno dovrebbe sì prendersi la briga di celebrare.

L’intervista

Mario, partiamo dal DVD. Chi ti segue ne sognava uno da anni: non l’avevi mai potuto o mai voluto, fare?

“Tutte e due. È che ho un’idea romantica, di questo mestiere, che si scontra con le sue abitudini promozionali. Però volevo farne, semmai, uno come questo: che faccia capire quanto mi piace scrivere ma anche quanto mi piace comunicare, far teatro cercando una simbiosi con la gente anche oltre il parlare o il cantare. Chi mi segue, poi, lentamente ormai sta diventando un amico: e questo, credi, è carezzevole. È la condivisione, il senso della vita”.

Come è nata in te l’esigenza di un brano, un altro se permetti che lo diciamo, dedicato ai tuoi genitori come “Stanotte ho fatto un sogno”?

“Ancora oggi, alla mia età, mi sorprendo verso sera a volte a pensare che non ho ancora telefonato loro. Ed è un pensiero ormai fuori luogo, purtroppo. Comunque li ho sognati davvero, senza epica, senza romanticismo: in cucina, mentre preparavano il pranzo. E ho depositato il sogno nella canzone perché la scomparsa di punti di riferimento quali il padre o la madre è una transizione dolorosa. Però può portare anche verso un nuovo inizio. E proprio questo, la mattina dopo il sogno, ho sentito l’esigenza di raccontare: uno stato d’animo di dolce sofferenza, e sentire oggi il dovere, ma anche il diritto, di tentare un nuovo inizio. Prima o poi, la vita ci impone che dobbiamo iniziare noi, a diventare punti di riferimento per qualcun altro”.

A proposito di qualcun altro. Nel brano c’è tua figlia Nina, dodicenne, come corista: ha dodici anni, d’accordo, ma non è che sta già pensando di seguire le tue orme?

“Beh, io non la stimolo di certo. Fra l’altro a quell’età ha il diritto di non sapere cosa vorrà fare domani. Diciamo che studia il violino a scuola, legge la musica, è intonata. E soprattutto che avevo in mente esattamente una voce come la sua, in quel punto della canzone. Comunque, tornando al mio mestiere: io so con certezza che è gratificante, ma anche che ti porta a una quotidiana sofferenza; e so pure che è qualcosa che o senti dentro o non lo senti, non te lo possono imporre o consigliare. Certe inclinazioni che travolgono e resistono nel tempo, sono parte integrante di te: quando ci sono”.

Comunque ipotizziamo che Nina, o un ragazzo giovanissimo, chieda a Mario Castelnuovo un consiglio ritenendo di voler davvero fare l’artista. Che diresti?

“Ah, la cosa più cattedratica, apparentementee. Ovvero: studiare. Che significa poi anche leggere libri, guardare film, ascoltare tanta musica, soprattutto classica. Io non credo alla vita come a un palcoscenico. Solo se hai cultura e voglia di acculturarti, riesci a costruire una vita migliore. Soprattutto, devi essere idoneo alla vita stessa prima che a qualunque suo mestiere. Quindi occorre non smania di apparire, ma d’essere qualcosa: una persona che pensa, che guarda, che impara”.

2021, e saranno quarant’anni dal tuo debutto con “Oceania”. Festeggi? Celebri? Non dire bugie…

“Penso di sì (ride, Nda). Nel senso che ogni volta che potrò… andrò in giro a suonare. Questa è la celebrazione. Il sottolinearmi ancora qui. Sai, io non pensavo nell’81 che uno come me potesse resistere tanto tempo a certe sollecitazioni. Invece esiste, un modo di esserci anche “senza” esserci sempre. E fra l’altro penso che canzoni come “Oceania” siano molto attuali, io non le sento di quarant’anni fa… Vorrei far riemergere, celebrandomi, anche le canzoni che non hanno avuto fortuna ma che potrebbero essere state scritte stamattina. Penso nel mio repertorio ce ne siano diverse”.

Ma hai mai pensato, in questi quarant’anni, che non ce la facevi più a resistere alle sollecitazioni dello show business?

“Questo mai. Ma non ti nascondo che resistervi nella maniera scelta da me è una forma biblica, di resistenza… Io sono mezzi termini e questo m’è costato molto, in un ambiente pieno di imbecilità. E non è che faccio lo snob, mi conosci, sono un figlio del popolo: è che in realtà si impara da tutti, ognuno ha qualcosa da raccontarti. Ed è la sensibilità, non la laurea, che fa la differenza fra le persone: però nel mondo della musica ce n’è poca (confermiamo, Nda). Bisogna saper bluffare e io non ci riesco: tanto che mi fa ridere chi si lamenta delle mascherine. Ma come, sono millenni che ci mascheriamo, come diceva Pirandello… Difficile condividere qualcosa con chi crede di vivere sempre dentro un musical”.

Senti, qual è il tuo orgoglio artistico di questi quarant’anni?

“Sarebbe facile dire: “Nina”. Ovvero il riscontro popolare importante. Invece ti dico: questo periodo qua. Perché ci sono emozioni che quando le vivi non le decifri, mentre oggi da adulto so vivere le emozioni sino in fondo, capisco l’importanza di ciò che mi succede. Di emozioni nel far musica ne vivo da sempre, ma solo adesso le capitalizzo davvero”.

In quali brani è nascosto, pudicamente o poeticamente, il Mario vero, quello che magari ha anche giustificato riserbo nello svelare che tale fragilità o tale ricordo che ha cantato è roba sua?

“Ci sono un po’ dappertutto… Anche quando mi prendo in giro o parlo di qualcosa che è diversissimo da me, come ne “La bambolina” (brano del CD “Buongiorno” del 2000, Nda) che piace molto ai più piccoli. Sono incline alla malinconia, ma in realtà amo anche buffoneggiare… Mi piace diluire le atmosfere con le battute, e credo che fare canzoni sia dar vita a un caleidoscopio di emozioni per riflettere, ridere, piangere…”

Il rimpianto più grande di questi otto lustri, invece, qual è?

“Ne ho solo professionali, non artistici. Per dire, avrei dovuto rimanere alla RCA invece che passare alla Fonit Cetra a inizio anni Novanta: in quegli anni la Fonit venne investita da Tangentopoli, arrestarono tutti compreso il direttore della promozione. E io rimasi col mio disco in mano (“Castelnuovo” del ’93, peraltro bellissimo, Nda), senza referenti. Però che vuoi, non sono molto razionale nelle mie scelte…”

Che cosa ti manca, a questo punto del percorso?

“Tanti teatri. Vorrei toccare tanti posti che amo, l’Italia non del consumo ma delle abbazie, dei castelli, delle piazze medioevali. I paesi abbandonati poi sono la mia ossessione. Ecco, vorrei quando si potrà suonare in posti così”.

Ma quando arriverai a un nuovo disco di inediti? L’ultimo è uscito dopo nove anni di silenzio (“Musica per un incendio”) ed era il 2014…

“Sto mettendo a punto dei provini. Oltre che aver iniziato un fantasma di romanzo, la mia terza opera narrativa. Però ho cambiato tecnica, come hanno dimostrato i brani “Io mi ricordo L’Aquila” nel 2018, poi “Guardalalunanina”, ora “Stanotte ho fatto un sogno”. Il mercato è asfittico, oggi. Ed a parte me e te, chi ascolta dodici pezzi nuovi tutti insieme? Non so quanti lo farebbero, ormai. Certo se vai a Sanremo è importante avere un disco intero, ma altrimenti meglio un pezzo per volta, un brano per volta, che così abbia importanza e ascolto, fino al giorno in cui ne avrò abbastanza da metterli in un disco. “Stanotte ho fatto un sogno”, per chiarirti, è minimalista: e sarebbe stata soffocata, fosse uscita con altri dieci inediti. Io invece ho voglia di farle ascoltare, le cose cui tengo”.

Quanto ti ha dato la musica, in quarant’anni?

“Tantissimo. La possibilità di sognare. Una consolazione grande, sempre. E la stiamo usando in modo sbagliato, non è un sottofondo, è un’autostrada: a prescindere poi dal mestiere che facciamo, perché questo concetto vale anche per i non musicisti”.

E tu che cosa hai dato, alla nostra canzone? O, se preferisci, cosa vorresti lasciare dietro di te con la tua opera?

“L’impronta di un uomo che non ha mai avuto padroni. Io so, e anche tu sai, che pure certi nomi importantissimi, hanno padroni. O padrini… Il mio è canto libero: se sbaglio, lo faccio in proprio. E se poi a parte questo, con qualche canzone lascerò anch’io qualche molecola del mio modo di far musica a chi verrà dopo, beh, ne sarò davvero felice”.

Intervista di: Andrea Pedrinelli

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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