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“Un’ombra sulla verità” di Philippe Le Guay al cinema

Un’ombra sulla verità porta molti turbamenti e molte domande. Porta a porsi dei dilemmi sul nostro modo di affrontare la paura e la verità. Parla della famiglia Sandberg, che decide di vendere la propria cantina ad un ex professore di storia, Jacques Fonzic (Francois Cluzet), che ha da poco perso la madre. L’uomo appare gentile, una persona pacata, e anche quando Simon e Hèlène Sandberg (rispettivamente Jérémie Renier e Bérénice Bejo) scoprono che la sua intenzione in realtà è viverci abusivamente, i due si mostrano estremamente comprensivi offrendogli una stanza momentanea, per dargli il tempo di trovare un altro alloggio.

“Un’ombra sulla verità” di Philippe Le Guay al cinema

Nonostante ciò, Simon inizia ad avere dubbi, e decide di indagare sull’uomo a cui ha venduto parte della sua proprietà, e una scoperta inaspettata è quanto basta per cambiare le sorti delle loro storie, e trasformare la vita della coppia Sandberg in un incubo.

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Un'ombra sulla verità
Un’ombra sulla verità

“Un’ombra sulla verità” è un film di Philippe LeGuay, un film su una famiglia e la sua comunità, la cui quotidianità viene stravolta da un uomo che rappresenta uno dei risultati più controversi della tecnologia. Un film che porta una famiglia ebraica a fare i conti con un uomo razzista, antisemita e negazionista che possiede quelle doti oratorie date ai folli per raggirare i fatti. Che sia lui l’ombra che oscura la verità?

Tutto è incentrato su una cosa: la paura. La paura di essere perseguitati e la paura che spinge a perseguitare. Tra scritte sulle porte e discorsi controversi, possiamo notare come la violenza non sia univoca. Héléne e Simon farebbero di tutto per proteggere la propria famiglia, per proteggere la storia della famiglia Sandberg, ma c’è un limite a ciò che
possiamo fare per difenderci?

La rabbia, la paura, la frustrazione che le idee di quest’uomo portano nelle loro vite sono profonde come ferite di guerra. Ferite che vengono negate, messe in dubbio, ridicolizzate, fino a creare squarci ancora più profondi che spingono a combattere la violenza con la violenza, in un disperato tentativo di ottenere una soddisfazione effimera che plachi il
loro legittimo desiderio di giustizia. Non è difficile convincere qualcuno a dubitare di ciò che non ha mai visto o subìto, soprattutto in un mondo dove per creare una notizia basta un click, in un mondo dove odiare è più facile di ascoltare, dove le etichette prendono il sopravvento su come veniamo percepiti dagli altri. Ed è questo contro cui lotta la famiglia Sandberg: una storia calpestata, un dolore ignorato, una realtà manipolata che mette in dubbio la verità.

La controversia inizia quando nel tentativo di proteggersi finiscono per essere manipolati, fino a commettere gli stessi peccati dei loro persecutori. E se fosse stato Jacques il protagonista? Un uomo radiato ed escluso per i propri ideali, preso di mira per delle idee quando in realtà è un uomo gentile e pacato.

Perché è un uomo gentile e pacato, e anche manipolatore e folle sotto la superficie. È come questo film; a tratti lento, all’inizio calmo e quotidiano, che a volte sembra cerchi di dirti qualcosa attraverso giochi di trama ed inquadrature inquietanti, mettendoti all’erta, ma senza mai dirti davvero nulla. Un thriller dove ci si aspetta sempre la mossa più importante dal cattivo di turno, eppure di lui vediamo e sappiamo poco, perché spingendo i protagonisti a continuare la partita, cede a loro il compito di rischiare; gioca con le loro menti, aspettando le conseguenze e facendoli crollare. Riesce a nascondersi, fingendosi una vittima, e come il virus del razzismo, dell’antisemitismo, si insinua lentamente nelle loro teste.

Articolo di: Annapaola Piccirillo

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