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Rossini Opera Festival 2022: le nostre recensioni

Rossini Opera Festival 2022

Un Rossini Opera Festival 2022 molto atteso, quello della 43esima edizione.
Il festival della ripartenza, quello a capienza piena ma soprattutto con due titoli estremamente amati e attesi, proposti in due nuove produzioni (Le comte Ory e Otello), il terzo titolo, La gazzetta, è una ripresa di un allestimento proposto nel 2015.
Impossibile quest’anno parlare separatamente dei tre titoli poiché, coincidenza voluta dalla nuova direzione artistica o meno, hanno una tematica che li accomuna e che risulterà, vedendoli in un certo ordine, un crescendo di emotività e riflessione, ovvero il libero arbitrio della donna che detta in tempi moderni equivale all’autodeterminazione che però riesce solo a trovare sfogo in una realtà violenta. L’apice si avrà soprattutto con l’ascolto e la visione di Otello.

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Grafica Divina
Giorgio Caoduro_Carlo Lepore_Pietro Adaini_Ernesto Lama
Giorgio Caoduro_Carlo Lepore_Pietro Adaini_Ernesto Lama

Un Ory perso nei sensi (e anche nel senso)
Rossini Opera Festival 2022

Ho avuto la fortuna di poter fare questo percorso cominciato con Le Comte Ory, opera ambigua e dotata di quella potenza espressiva dionisiaca, pensata dal regista, scenografo e costumista Hugo De Ana, assente ormai da molto tempo dal festival, del quale si poteva tranquillamente continuare a sentirne la mancanza, ricordando opere decisamente più riuscite nel passato. Cercando di capire la sua idea pretestuosa e macchinosa, dove ambienta tutto lo svolgersi della scena in un dipinto di Bosch, Il giardino delle delizie, viene l’idea che il regista abbia sbagliato opera, confondendosi con un Viaggio a Reims, messo in scena diversi anni fa da un regista maledetto dai conservatori, collocato all’interno di una galleria d’arte moderna. L’idea di base potrebbe anche essere buona ma replicare non è perseverare, e il risultato ne diviene tutt’altro che diabolico. Un grande quadro capovolto campeggia la scena, assieme ad altre figure messe a caso sul palco, in formato 3D.

Tutto è estremamente colorato e zuccheroso con il risultato che ciò che si vede non è né bello, né tantomeno estetizzante, risultando invece, eccessivamente fastidioso così come tutto l’insieme del coro, mosso malissimo con mossette da Carnevale di Viareggio però senza pon pon, e di una serie di controscene inutili messe a casaccio pur di riempire un horror vacui evidentemente fastidioso al regista. Lavoro sui personaggi è inesistente.

La figura più espressiva di tutta l’opera risulterà un germano sodomizzato da un passerotto sopra il quale si esibiranno i tre protagonisti (Ory, Adèle e il paggio Isolier) nel terzetto più sensuale di tutta la storia della musica, reso ridicolo da tutta una serie di tocca-tocca e tuca tuca che persino la nostra compianta Raffaella Carrà si sarebbe rifiutata di fare. La parte registica non pervenuta se non per ricondurre tutto al piacere, al giardino dell’Eden e al maschile e femminile. Ok è una storia di piacere ma è un piacere negato e comunque scandito dalle volontà degli uomini (e da qui il primo indizio per proseguire nel nostro percorso sull’autodeterminazione) Florez è come se fosse a casa sua, non fa praticamente nulla ma basta una smorfia per far sì che il pubblico rida. Salta, gigioneggia, fa il fenomeno in monopattino ed è subito Juan Diego Florez show. Il pubblico lo ama e lui se ne approfitta esagerando ancora di più in gag che ormai non farebbero più ridere nemmeno i grandi estimatori di Fantozzi. Però ha voce bella e il ruolo sembra scritto per lui, pecca un po’ nelle note gravi tendendo a chiuderle in fretta o a buttarle via.

Rimane indiscutibilmente una delle voci rossiniane più belle degli ultimi 20 anni ma in questo caso specifico il risultato non è mai demoniaco come si presupporrebbe per un ruolo come Ory, tendendo sempre alla farsa e al grottesco. Se il diavolo non viene incarnato da Ory, questi si impossessa del paggio Isolier almeno in un gioco visivo (sterile) dove in tutto il primo atto Isolier è doppiato da un diavoletto dotato di coda lunga birichina, telefonando di quanto siamo fatti di aspetti doppi: il diavolo e l’acqua santa. Maria Kateva, è un mezzosoprano musicalmente sicuro e dotato di grande espressività, riesce a far emergere ogni aspetto, fanciullesco e demoniaco al tempo stesso pur venendo penalizzata da una regia che la obbliga ad arrampicate e scivolate sui pennuti in scena. Julie Fuchs è una bellissima contessa dalla voce morbida e sofferente per quelle pene d’amore che ancora non può soddisfare, non mancando mai di brillantezza nei suoi bellissimi acuti. Un piacere sentire una veterana del repertorio come Monica Bacelli intenta a disegnare la matrona Madame Ragonde, dotata sempre, di una splendida voce profonda e piena.

Divertenti e in parte il restante cast composto da Andrzej Filonczyk (Raimbaud), Nahuel Di Pierro (le Gouverneur), Anna – Doris Capitelli (Alice). L’Orchestra Sinfonica della Rai e il coro Ventidio Basso, fanno un ottimo lavoro peccato per la direzione di Diego Matheuz, un po’ avida di colori e di tensione erotica. In definitiva uno spettacolo più instagrammabile che altro. Parlato se ne è parlato, più per le belle foto diffuse in rete che per il reale coinvolgimento visivo e musicale.

La gazzetta è come il pane, non sempre fresca se del giorno prima
Rossini Opera Festival 2022

Proseguo con la visione della ripresa della Gazzetta, spettacolo ideato da Marco Carniti, con le scene di Manuela Gasperoni, i costumi di Maria Filippi e le luci di Fabio Rossi, che riscosse gran successo al ROF 2015. Allestimento gradevole che però risente del logorio da consumo eccessivo dato dalla velocità del cambiare delle mode e del tempo. A eccezione di un inizio scoppiettante, col botto, dove un corista, non si capisce se preso dalla foga nel mostrarsi in scena o da un suggerimento registico, nel prendere spazio sul proscenio spancia a terra, mandando a quel paese con la mano la sorte, nel rialzarsi dalla caduta e subito scomparire dietro le quinte, e da delle scenografiche colonne editoriali che scendono dal cielo con gli annunci matrimoniali, per la restante opera non succede molto.

La storia è tanto semplice quanto è antico il mondo: la ricerca del partito giusto a cui dare in sposa la figlia senza minimamente porsi il problema che alla figlia possa andare bene la scelta paterna. Un matrimonio per procura ispirato a una novella goldoniana di gran moda all’epoca. E anche qui un’altra donna impossibilitata dal poter scegliere per se stessa. Un padre padrone buffo che più buffo non si può, interpretato da un Carlo Lepore in stato di grazia potendo giocare con la musicalità dell’idioma napoletano. È nel suo habitat naturale e lo trasmette perfettamente. Grande presenza scenica e solidità vocale lo rendono un nobilissimo Pomponio Storione, così tronfio da renderlo il Pompone indiscusso dei Pomponi. Mattatore indiscusso dall’inizio alla fine, duetta in perfetta simbiosi con il mimo di evidente scuola napoletana, Ernesto Lama (Tommasino).

L’altra grande conferma è data dal baritono Giorgio Caoduro, l’uomo che segretamente Lisetta, la figlia di Pomponio, ama. Di ampio volume e bellissimo colore, tratteggia un Filippo fresco e innamorato. Lisetta è il classico soprano rossiniano petulante con il quale io ho dei problemi. Voce bella e sicura ma a tratti, per le mie orecchie, troppo graffiante. E che scenicamente ricalca tutti gli stereotipi delle belle donne. Non se ne esce. Una Clorinduccia all’ennesima potenza, alla quale il papà alla fine, più per sfinimento che per ragione, non potrà dire di no.
Nella trama ci sono tutti gli ingredienti della commedia all’italiana che trova il culmine nella tanto salvifica fuitina, facendo cadere la protagonista dalla padella alla brace perché per le donne, e papà lo dice e ribadisce, la salvezza e la felicità è solo accanto a un uomo, possibilmente ricco.

Piacevole ritrovare Pietro Adaini, tenore di grazia che interpreta un Alberto più giovane e attraente da quello evinto dal libretto. Voce squillante dai begli acuti.La direzione è gradevole anche se priva di estro come ci si aspetterebbe dall’opera buffa rossiniana ed è affidata a Carlo rizzi che coinvolge l’Orchestra Sinfonica Rossini e il Coro del Teatro della Fortuna, in un’eccellente prova.

Completano il bel cast Martina Antonie (Doralice), Andrea Nino (Madame La Rose) e Alejandro Balinas (Anselmo), entrambi tutti in parte.

Desdemona: una, tutte!

Concludo il mio percorso musicale e nella mancata libertà della donna di esprimersi e realizzarsi, con la vera perla di questo festival: Otello, in una bellissima produzione pensata e realizzata da Rosetta Cucchi. Prima di continuare devo svelare un segreto a tutti quelli che gridano vendetta e orrore per le regie moderne che non rispettano musica e libretto: Cucchi fa un gesto sovversivo seguendo esattamente ciò che nel libretto e nella musica già c’è: la violenza in tutte le sue forme ponendo il focus sulla violenza domestica e al femminile. E fa teatro nel senso più nobile del termine: parlando di noi, dello stato della nostra società.

Cucchi non stravolge ma amplifica un concetto tuttora scomodo da venir liquidato con la parola retorica. La storia viene narrata dai ricordi di Amelia, l’unico personaggio sempre in scena dall’inizio alla fine dell’opera, e lo fa a ritroso. Partendo da ciò che sarà il finale dell’opera: un femminicidio. Ma non inganniamoci, l’idea di Cucchi ne è solo questo. Il femminicidio ne è una conseguenza di una cosa che sottile o più evidente, viene omessa purché scomoda e allora tanto vale vederne sempre e solo il lato romantico e berci sopra. Per tutta la splendida ouverture vediamo i domestici che facendo le valige, lasciano svelti il luogo del delitto e successivamente i tentativi di vendere una casa ormai abbandonata.

Una morte, quella di Desdemona, non è bastata a sensibilizzare le coscienze e subito si ripropone l’ennesimo atteggiamento di supremazia dell’uomo sulla donna: una coppia è in visita alla casa, la compagna o moglie, non si sa, vuole mettere bocca nella scelta ma ecco che arriva pronto uno schiaffone a zittirla. Alle loro spalle titoli da cronaca nera, pubblicati sui quotidiani a seguito del femminicidio avvenuto. Amelia è sempre lì, nel suo camerino, anche quando finendo l’ouverture, comincia l’opera da dove deve iniziare. Così svelati mobili, viene rivelato un interno composto da cariche dell’alta società con rigorosamente, uomini da una parte e donne dall’altra giusto a fare da bel contorno. Non è un caso se Desdemona, presente da subito in scena, darà voce al suo personaggio, e che voce, solo a opera avanzata.

Otello è un ufficiale, probabilmente di estrazione meridionale, iniziato sin da bambino a farne di un gioco, carriera, probabilmente seguendo più i sogni paterni che i suoi. Così come scopriamo che Desdemona è sempre stata svegliata dai suoi sogni, da un padre che ha sempre scelto per lei. Lo si evince da belle proiezioni sfumate, in bianco e nero attraverso cornici argentate come fossero quelle che i neo sposi usavano in passato, esibire nelle proprie dimore. Allo stesso modo vedremo la storia d’amore e d’intimità che già esiste tra i due protagonisti.
L’avanzare della trama e della musica è tutto un susseguirsi di dinamiche violente, giochi di forza e potere, sfogate sulle donne.

Desdemona è sola, isolata. È contro tutti ed è tutte noi. La sua sola voce non basta e ci penseranno gli spiriti, la memoria (per non dimenticare) delle vittime massacrate prima di lei, a urlare NO! Non più con la voce, poiché private ma con le due lettere scritte sulla mano. Peccato che questa scena forte e  suggestiva passi a metà: già dalla decima fila non si riusciva a leggere cosa fosse scritto sulle mani. Ribadiamo però il messaggio, impariamo a dire NO!
L’opera si conclude senza lasciare speranze, anzi sottolineando la superficialità di tutte quelle persone a cui fa comodo non vedere (perché si è troppo dentro o perché ormai, abituati a vivere in quel mondo e diversamente avrebbe troppo da perdere), brindando e continuando a ciarlare davanti all’ennesimo delitto che di passionale non ha proprio nulla. E da qui ricomincia circolarmente la violenza, il racconto. Altra nota di merito va al quadro dell’aria La canzone del salice e all’assolo di danza, struggentissimo e poetico, dove con una delicatezza unica, ci viene nuovamente mostrata cos’è la violenza: uno spirito, una cosa che non vedendola, ammazza.
Sofisticate le belle scene, così come i costumi e luci, di Tiziano Santi, Ursula Patzak e Daniele Naldi, il tutto curato con grande attenzione.

Eleonora Buratto, soprano dalla super meritata fama internazionale, è una Desdemona fiera dotata di voce dalle tante sfumature. Estremamente comunicativa e agile, quanto drammatica e profonda. Enea Scala si conferma un ottimo tenore dall’incredibile estensione ed è un peccato sentirlo così poco sulle scene italiane. Interpreta un Otello finalmente bello e credibile da vedere. Lo smarrimento, la confusione, tutti gli stati emotivi che Otello attraversa, sono lì, nella sua bella voce. Il Rodrigo di Dmitry Korchak ha voce elegantemente impeccabile, quasi in contrasto con la presenza violenta del suo personaggio. Ma è perfetto, nel portamento, nell’emissione. Antonino Siragusa interpreta un Iago corrotto e la sua voce acuta è così perfetta e tagliente in questo ruolo che gli si perdona sovracuti ed esagerazioni da tenore, del passato. Sgradevole quanto basta è il cattivo per eccellenza e non perde occasione, vocale, per ricordarlo. Completano il cast l’Elmiro di Evgeny Stavinsky, Lucio / gondoliere di Julian Henao Gonzalez, il Doge di Antonio Garés e la nota stonata Emilia di Adriana Di Paola. La direzione è affidata a un professionista affidabile, Yves Abel, che tiene benissimo orchestra e palco pur rimanendo un po’ troppo parco di sfumature. L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai si riconferma una garanzia così come il Coro del Teatro Ventidio Basso.

Al Rossini Opera Festival 2022 uno spettacolo da non perdere, probabilmente l’unico da festival, che spero possa essere circuitato in altri teatri.

Articolo di: Susanna Alberghini

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