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Roberta Santagostino ospite del nostro spazio interviste

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Roberta Santagostino, si occupa di grafica e dal 2007 frequenta la Scuola Ikebana Ohara presso il Chapter Milano dove oggi insegna.  Autrice del libro “ Piante e fiori dell’ikebana” in cui sono esplicate tutte le tradizioni culturali, artistiche, sociali e culinarie riguardanti la sfera della “natura” nel mondo giapponese

Tre anni fa usciva il tuo primo libro (Piante e fiori dell’ikebana) sulle tradizioni giapponesi legate al mondo della natura, in questo nuovo libro “Chabana” proseguirai questo tema?

Grafica Divina

Tutte le arti giapponesi sono sempre legate alla natura, questa volta ho voluto approfondire il tema delle composizioni per la Cerimonia del tè, chabana, perché sono un’espressione altamente poetica della sensibilità e dell’amore verso i fiori che questo popolo coltiva da secoli. Come ogni arte giapponese, l’ikebana, di cui il chabana è un’espressione, affonda le sue radici nella vita quotidiana e le sue tradizioni sono affascinanti, nel libro ne parlo ma ci sono anche testimonianze di autori cinesi contemporanei di Sen no Rikyū, il famoso Maestro considerato il padre della Cerimonia del tè, altrettanto interessanti, perché dimostrano l’influenza che alcuni aspetti della cultura cinese hanno esercitato sulle arti tradizionali giapponesi.

Cosa pensi che possa trarre l’attenzione di un occidentale verso una composizione quale il chabana?

Senz’altro la potenza della sua semplicità. Queste composizioni così essenziali e sobrie riescono ad emozionare chi le guarda perché, come ci ha insegnato Rikyū,  nel chabana erbe e fiori sembrano crescere spontaneamente nel vaso come fossero in un campo. In questa composizione, solo apparentemente semplice, foglie e fiori sono liberi di esprimere la loro delicata essenza e riescono a commuoverci per la naturalezza delle loro forme e dei colori.

Si differenzia lo studio dell’ikebana rispetto a quello del chabana?

No, perché il chabana è una forma ikebana. Nel chabana vige “la regola in cui non si applicano regole”, ma l’atteggiamento di chi si avvicina al chabana è quello dell’ikebanista, particolarmente aperto e sensibile, ma sempre rispettoso e umile. L’ikebanista poi, quando è possibile, ama creare le proprie composizioni con rami e fiori raccolti in natura, nel chabana si utilizzano solo erbe e fiori spontanei, cosa desiderare di più?

Durante la stesura di questo saggio c’è un’aneddoto o una storia che ti ha colpito maggiormente?

Ce ne sono tanti, ma personalmente ho amato molto questa descrizione del chabana fatta da Kakuzo Okakura:

“Il Maestro del tè ritiene che il suo dovere sia finito con la selezione dei fiori e li lascia soli a raccontare la propria storia.

Entrando in una sala da tè in tardo inverno, si può vedere un sottile ramoscello di ciliegio selvatico insieme a una camelia in boccio; è un’eco dell’inverno unito alla profezia della primavera. Di nuovo, se vai a un tè di mezzogiorno in una giornata estiva irritantemente calda, puoi scoprire nell’oscurità frizzante del tokonoma un singolo giglio in un vaso appeso; gocciolante di rugiada, sembra sorridere alla follia della vita.”

Perché i fiori nel chabana assumono un ruolo attivo, diventano personaggi, come in questo haiku di Ryōta:

Non una parola.

L’ospite, l’ospitante

e il crisantemo bianco

Poi mi ha alquanto divertita la descrizione del “bagno dei fiori” di Yuan Hongdao:

(…) Per i fiori che hanno stati d’animo di felicità e tristezza, stati di veglia e di sonno, mattine e notti, essere bagnati al momento giusto è come ricevere una pioggia benefica.(…)

Nuvole sottili e sole mite, il tramonto e la brillante luce lunare sono le mattine dei fiori.

Venti ruggenti e piogge incessanti, il sole cocente e il freddo intenso sono le serate dei fiori.

Quando i boccioli si crogiolano al sole e nascondono i loro steli delicati al vento, i fiori sono di buon umore.

Quando appaiono ubriachi o stanchi e l’aria è fumosa e nebbiosa, i fiori sono di umore triste.

Quando i loro rami s’inclinano e riposano sul lato, come se non sopportassero il vento, i fiori stanno dormendo.

Quando sembrano sorridere e guardarsi intorno, brillanti e scintillanti, i fiori sono svegli. (…)

Fare il bagno ai fiori quando sono svegli è il momento migliore; fare loro il bagno quando sono addormentati è il secondo momento possibile; mentre lavarli quando sono felici, è l’ultima scelta. Ma il momento più antipatico per lavarli è di sera o se sono tristi: per i fiori è come una punizione.”

Una visione degli stati d’animo dei fiori con un approccio sentimentale e un’immaginazione che solo un vero amante della natura può avere!

Lo studio di un’arte come il chabana cosa può apportare nella nostra vita?

Per riprodurre in un vaso una bellezza naturale così spontanea è necessario fermarsi a osservare i fiori in modo diverso, più attento e partecipe. Il nostro occhio impara a cogliere dettagli inaspettati, particolari nascosti, abbiamo nuove visioni.

Questa è una piccola rivoluzione: può regalarci una sensibilità diversa che possiamo imparare a estendere a tutto ciò che facciamo.

se pensiamo a una sala da tè occidentale possiamo trovare in alcuni angoli delle piante messe per decorazione. Tuttavia non si ha mai la stretta connessione come in una sala per la cerimonia del tè. Questo a cosa è dovuto?

La stanza da tè giapponese è un luogo dove il vuoto si manifesta con la massima evidenza, il suo stesso nome “sukiya”, o dimora del vuoto, lo conferma.

Una composizione chabana nasce per essere esposta in una stanza da tè ed è molto importante il rapporto che si crea con lo spazio che occupa: il vuoto è presente al suo interno ma anche nel luogo in cui si trova.

Questa estrema pulizia estetica, così coinvolgente, non si ritrova nelle stanza da tè occidentali, nelle quali le piante presenti assumono un ruolo semplicemente decorativo. Perché è anche il rapporto tra i fiori e lo spazio che li accoglie che crea una tensione positiva e mette in luce la loro speciale vitalità, anche se i fiori sono discreti e per di più immobili e composti.

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