Sono ormai tantissimi gli Italiani che praticano Karate. Per loro ho scritto il seguente dizionario:
AKA (rosso) in tutte le competizioni sportive giapponesi le parti avversarie vengono contraddistinte dai colori rosso(aka) e bianco (shiro). Perciò nelle gare di Karate uno dei due contendenti porta sempre una cintura di colore rosso, mentre l’altro pur mantenendo la sua cintura (che può essere di vari colori), è considerato “la parte bianca”.
DAN (gradino) le cinture nere vengono suddivise in 10 dan. Al primo appartengono i più giovani, i meno esperti. Al decimo, ma sono pochissimi al mondo, appartengono i capiscuola. Per essere al dan superiore bisogna sostenere un esame.
HANSOKU (fallo) è considerato fallo il toccare con un pugno o con un calcio il corpo dell’avversario. Se non vi sono conseguenze si ha la semplice ammonizione, ma se vi sono danni si ha la squalifica. In questo caso la vittoria viene attribuita a chi ha subito il danno.
DOJO (palestra) anticamente era la stanza in cui i monaci buddisti (i famosi bonzi) meditavano. Solo più tardi prese il significato di “sala di allenamento per arti marziali”. I samurai (i leggendari cavalieri giapponesi) scelsero tale parola per due ragioni. La prima perchè le scuole nacquero proprio all’interno dei monasteri: i bonzi dovevano difendersi dall’assalto dei briganti. La seconda perchè l’impegno degli allievi nel fare gli esercizi ricordava quello dei bonzi in meditazione.
KACI (vittoria) si può vincere anche a metà gara, sia per decisione arbitrale, sia per aver conquistato un punto (o due mezzi punti).
KERI (calcio) è una delle principali tecniche del karate e richiede molto equilibrio poiché non è facile rimanere su un piede solo continuando il combattimento.
KATA (forma) combattimento stilizzato che permette di affrontare contemporaneamente più avversari.
KARATE (mano cinese o mano vuota) nacque nel VI secolo d.C. in Cina presso il monastero Shao Lin. Fu il bonzo Bodhidharma arrivato dalla lontana India a insegnare le regole fondamentali, egli voleva attraverso questa dura disciplina, rendere i suoi seguaci degni della religione buddista. Successivamente il karate venne conosciuto anche ad Okinawa (un’isola del Giappone meridionale) e qui ebbe una grande popolarità quando il signore del luogo vietò l’uso di tutte le armi. Comunque nel corso dei secoli le sue regole sono state più volte modificate.
KUMITE (combattimento) il combattimento serve soprattutto a sé stessi per verificare la validità degli allenamenti fatti. Non bisogna invece pensare all’avversario come a un nemico da battere a ogni costo.
KIAI (grido) nella notte dei tempi in Giappone, così come nel Tibet, la voce umana serviva, da sola, a vincere il nemico provocandone addirittura la morte. Almeno questo è ciò che dicono alcune leggende millenarie. In realtà il grido che si emette sempre nel momento di più grande concentrazione serve sia a “spaventare” l’avversario, sia ad allentare e scaricare la propria tensione.
KYU (classe) gli allievi vengono suddivisi in dieci Kyu. Al 10°, 9°, 8° e 7° appartengono le cinture bianche. Al 6° quelle verdi: al 5° e al 4° quelle blu. Infine al 3°, 2°, 1° quelle marroni. Si passa al kyu superiore dopo un esame. Si può cominciare il Karate anche a sei anni di età!
OSS (salve, ciao) è una forma di saluto riservata ai soli maschi e viene usata tra componenti di club sportivi universitari e, naturalmente, tra chi pratica il karate.
REI (riverenza) Prima di cominciare ogni gara bisogna rispettosamente inchinarsi davanti al pubblico, ai giudici, all’arbitro e all’avversario. Anche per gli allenamenti l’inchino è d’obbligo. Dimenticare il rei è considerato una grossa scorrettezza.
SENSEI (maestro) solo una cintura nera può diventare sensei che in giapponese vuol dire, a testimonianza della maggior esperienza, colui che è nato prima.
SHIAI (gara) combattimento sportivo che richiede la presenza di un arbitro e quattro giudici (tutti cinture nere).
SHIMPAN (arbitraggio) l’arbitro muovendo le braccia dà il via alla gara e segnala gli eventuali falli mentre i giudici assegnano i punti e segnalano i falli muovendo due bandierine (una rossa e una bianca).
TAMESHI WARI (prova di rottura) è senza dubbio l’esercizio più famoso di tutto il karate; infatti molti pensano che il solo scopo di questa arte marziale sia quello di spaccare le tavolette di legno. Serve invece a dimostrare a sé stessi l’accrescimento di forza.
UKE (parata) per difendersi è necessario prevedere le mosse dell’avversario per trasformare la parata in un vero e proprio attacco.
TOBI-KERI (calcio volante) spettacolare e conosciutissimo, esso richiede un’abilità fuori dal comune (bisogna eseguirlo spiccando un salto più alto possibile). Il tobi-keri è comunque una forma di allenamento riservata esclusivamente alle sole cinture nere.
Articolo di Marinella Chiorino
Nella foto la squadra i karateca che ha vinto l’ultimo campionato Europeo a Portimao in Portogallo Leonardo Bindi, Elia Ricciardi e Riccardo Mulazzani











