Con “Il cuore infranto della quercia” (Aboca), Patrizia Carrano ci invita a riflettere sulla fragilità e la forza dei legami che uniscono l’essere umano al mondo naturale. Il nuovo romanzo dell’autrice romana introduce Carlotta, una figura apparentemente solida e realizzata: traduttrice specializzata in testi naturalistici, con un passato nell’impegno per la salvaguardia dei lupi e una figlia che vive all’estero. Nonostante la sua apparente stabilità, Carlotta cerca rifugio e profondo conforto sotto le fronde di una maestosa quercia nel bosco di Manziana, un albero che per lei rappresenta una seconda sé stessa, più radicata e invulnerabile.
La narrazione prende una svolta drammatica quando Carlotta scopre che “la sua” quercia è stata abbattuta. Il trauma è così profondo da provocare un malore fisico, diagnosticato come “sindrome del cuore infranto”. Questo evento non è solo una perdita, ma diventa il catalizzatore di un intenso viaggio interiore. Dal letto d’ospedale, Carlotta è costretta a confrontarsi con il proprio passato: un amore finito, un dolore familiare recente. È un percorso di riscoperta che la spinge a sciogliere nodi antichi, rievocando anche la sua esperienza come lupologa e il suo rapporto con la “selvaticità”.
Patrizia Carrano, con la sua ventiquattresima opera, dimostra ancora una volta la sua abilità nel tessere una trama che unisce la dimensione intima e psicologica a riflessioni universali. Il romanzo suggerisce una riscoperta di quella parte “animale” e istintiva che la società moderna tende a soffocare, proponendo una riconnessione quasi francescana con la natura. Attraverso la vicenda di Carlotta, Carrano esplora temi come il valore del dolore come spinta alla rinascita, la continua ricerca di sé e l’importanza di trovare “ancoraggi” nella vita – che sia un albero, un legame affettivo o un ricordo pacificato.
Il cuore infranto della quercia si propone come un’opera che invita a una pausa riflessiva, lontano dalla frenesia quotidiana. È un monito a riscoprire la sacralità delle emozioni più profonde e a riconoscere la natura non come una risorsa da sfruttare, ma come parte integrante e vitale della nostra memoria collettiva e individuale. Un libro che, con delicatezza e incisività, ci ricorda che la fragilità può essere un inatteso punto di forza, e che dal dolore può germogliare una nuova consapevolezza.
Elena Torre











