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Un Otello a tinte forti

Il titolo di Otello di Verdi, previsto al Pala Dozza, sede provvisoria del Teatro Comunale di Bologna, rimandato ma non affondato dal covid alla vigilia della prima di due stagioni fa, ha trovato il suo “Buona la seconda” nella stagione attualmente in corso.
L’opera vede, oltre al trionfo del titolo verdiano e del protagonista, anche la fine di un ritorno troppo breve presso l’antica sala del Piermarini. Il teatro già dalla prossima stagione sposterà cartellone e produzioni, ahimè sino a data da destinarsi (con grande disanimo degli habitué che chiedono chiarezza sui tempi), per cause di manutenzione ordinaria, presso un padiglione di Bologna Fiere.

Un Otello a tinte forti

L’attesa quindi per il moro di Venezia e questa nuova produzione, era doppia ed estremamente sentita dal pubblico che già si sente privato della propria casa musicale. La regia e allestimento, pensate in un primo momento per un luogo diverso, il palazzetto dello sport, viene leggermente articolato di elementi scenici che vanno ad arricchire pur senza aggiungerne senso, all’unico grande elemento che dominerà la scena in tutti e quattro gli atti del dramma: un enorme velo che sovrasta teste e volontà dei personaggi che partecipano all’azione divenendo ora vela di navi, ora alcova dell’unico grande momento di intimità e fragilità tra il protagonista e l’amata morbosamente Desdemona sino a divenire, giocando con proiezioni colorate che richiamano i fregi veneziani e i tessuti di Fortuny, termometro degli stati d’animo dei protagonisti. Diversamente questo elemento scenico non rappresenterà mai il sudario di Desdemona, vittima di femminicidio e del suicidio del folle Otello. Il velo rimane a far da contraltare al protagonista ormai vinto: un alito di vita, un’anima, qualsiasi cosa superiore a noi che continua a battere e a respirare.

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Gabriele Lavia mette in scena in un gioco di metateatro, il dramma della gelosia, dove un capocomico Jago, un durissimo e privato di ogni caratterizzazione del personaggio ma di indubbio gusto e capacità vocale, Franco Vassallo, sposta i vari personaggi  nelle dinamiche che scavando nell’animo umano, portano a galla tutte le insicurezze che un condottiero solido come il loro duce, dovrebbe avere ma Otello non è un super uomo ma un verme che crede a tutto sino a farsi manipolare da un uomo, Jago appunto, che non crede in altro che nella crudeltà dell’essere umano e che con la sua macchinazione lo mostrerà, alla sua corte e al pubblico.

Per far risaltare la decadenza anagrafica di Otello in netto contrasto con la candida ingenuità di Desdemona, il regista tratteggia una bambinetta angelicata, a tratti infantile, altri materna, che esulta quasi fosse al rigore che assegna la finale dei mondiali corricchiando per la scena fino a che non riceve il primo e anche unico, abbraccio paterno. Mariangela Sicilia, soprano amatissimo a Bologna, interpreta con bella voce in personaggio seppur, e qui penalizzata dalla regia, mancando di personalità. Lo strumento c’è, viene osannato dal pubblico ma manca ancora di quello spessore vocale che definiscono il personaggio rendendolo sì giovane ma non puerile.

Ottimi il bel Cassio di Marco Miglietta che canta un giovane capitano finalmente immune di un languore troppo diffuso, il Roderigo di Pietro Picone, Luciano Leoni (Lodovico), Luca Gallo (Montano) e l’araldo di Tong Liu, proveniente della Scuola dell’Opera del TCBO.
Assieme al titolo, il grande trionfatore della serata è il tenore Gregory Kunde che regala una lezione di canto e portamento sublime, indimenticabile, commuovendo con i suoi pianissimi. Il pubblico lo ripaga, gli applausi sono convinti e generosi e Kunde si commuove nel riceverli.Dispiace solo che tanta bellezza ed espressione vocale non siano supportate da una definizione registica, Otello/Kunde viene privato di ogni contraddizione emotiva e lasciato solo nel suo costume di velluto rosso più adatto al mansueto San Nicola che al passionale Otello.

L’orchestra evidenzia bene, il contrasto tra l’eccesso di violenza, soprattutto psicologica e l’estrema dolcezza del rifugio d’amore, peccato che Asher Fisch calchi un pò troppo la mano costringendo l’orchestra del teatro Comunale di Bologna a far suonare eccessivamente gli strumenti. Vigore si ma tempesta senza naturalezza e quiete a seguire.

Lo spettacolo in collaborazione con la Scuola di Teatro di Bologna Alessandra Galante Garrone, è in scena fino a giovedì 30 giugno.

Articolo di: Susanna Alberghini

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