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Torna Plastic Radar di Greenpeace

Riparte Plastic Radar, il servizio di Greenpeace che consente a tutti di segnalare la presenza di rifiuti in plastica che inquinano spiagge, mari, fondali, fiumi e laghi. Per partecipare all’iniziativa basta inviare una foto del rifiuto disperso al numero di Greenpeace +39 342 3711267 tramite l’applicazione Whatsapp. Affinché la segnalazione sia valida, è importante che l’oggetto fotografato sia facilmente riconoscibile, che il marchio o il nome dell’azienda produttrice siano ben visibili, e che siano presenti le coordinate geografiche del luogo in cui il rifiuto è stato ritrovato.

Negli anni scorsi, tra le migliaia di segnalazioni raccolte con Plastic Radar da ogni parte del nostro Paese, le bottiglie in plastica sono risultate di gran lunga la tipologia di imballaggio monouso che è più facile trovare tra i rifiuti abbandonati.

Grafica Divina

«L’Italia è uno dei maggiori consumatori globali di bottiglie di plastica per le acque minerali e le bevande, e ogni anno fino a 7 miliardi di queste bottiglie rischiano di finire disperse nell’ambiente», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «Nonostante questi numeri impietosi, le grandi aziende continuano a immettere sul mercato enormi quantitativi di bottiglie di plastica, non assumendosi alcuna responsabilità riguardo il corretto riciclo e il recupero. Se vogliamo ridurre l’inquinamento da plastica nei nostri mari e mettere da parte la dipendenza da petrolio e gas fossile, è necessario che le grandi aziende promuovano subito l’impiego di contenitori riutilizzabili e prendano le distanze dallo sfruttamento dei combustibili fossili», conclude Ungherese.

In base ai dati diffusi di recente nel rapporto di Greenpeace “L’insostenibile peso delle bottiglie di plastica”, ogni anno finiscono sul mercato italiano più di 11 miliardi di bottiglie in plastica: più del 60 per cento non viene riciclato, rischiando così di essere disperso nell’ambiente e nei mari. Questi imballaggi generano inoltre 850 mila tonnellate di CO2 equivalenti, peggiorando la crisi climatica in atto. Le aziende che nel nostro Paese continuano a fare enormi profitti con questo business inquinante sono San Benedetto, Nestlé-San Pellegrino e Sant’Anna per le acque minerali e Coca Cola, San Benedetto e Nestlé-San Pellegrino per il mercato delle bibite.

Nelle scorse settimane Greenpeace ha lanciato una petizione per chiedere alle aziende leader del mercato italiano di ridurre drasticamente il ricorso a bottiglie in plastica monouso e adottare sistemi di vendita basati sull’impiego di contenitori riutilizzabili. Solo così si potrà ridurre l’inquinamento marino e la dipendenza da petrolio e gas fossile, materie prime da cui si ricava la plastica.

In queste settimane l’associazione ambientalista, in collaborazione con la Fondazione Exodus e i ricercatori e le ricercatrici dell’Università Politecnica delle Marche e del CNR-IAS di Genova, è impegnata nella spedizione di ricerca “Difendiamo il Mare”. L’obiettivo è misurare l’impatto della contaminazione da plastica e microplastica e dei cambiamenti climatici in Adriatico, due fenomeni interconnessi e riconducibili a un’origine comune: lo sfruttamento dei combustibili fossili.

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