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Claudio Baglioni è uscito “in questa storia che è la mia”

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“Credo che questo mio nuovo album abbia come padre “Oltre” e come madre “Strada facendo””. Così Claudio Baglioni sintetizza come vede il disco della sua attesissima rentrée, “In questa storia che è la mia”, che vedrà la luce il 4 dicembre con quattordici inediti pubblicati sotto vari formati (CD singolo, CD doppio con quattro brani anche acustici, doppio LP, doppio LP deluxe con due brani acustici, edizione in vinile esclusiva per Amazon con due brani acustici e poster autografato) a ben sette anni dal suo precedente lavoro completamente inedito, “Con voi”.

E certo, un disco di Baglioni è sempre tanta roba per i parametri odierni: fra composizioni dal gusto classico capaci sia di slanci emotivi che di sviluppi intriganti, testi originali dai guizzi colti, una voce intensa cui gli armonici danno sempre più spessore col passar del tempo, sonorità fragranti di gusto alto fra vintage, folk e sinfonico. Però obiettivamente “Strada facendo” e soprattutto “Oltre” erano tutt’altra cosa: non siamo, insomma, al cospetto del cantautore “super” di altre epoche. Più che altro, l’impressione è che il culmine dell’ispirazione di Claudio Baglioni sia ormai un ricordo, e che egli finisca troppo spesso col ripetersi senza più cercare strade davvero nuove, pur lasciando passare sempre più tempo da un disco al successivo.

Anche “Con voi”, del resto, Baglioni aveva segnato il passo rispetto al percorso mirabolante costruito via via con “Strada facendo”, “La vita è adesso”, il capolavoro assoluto “Oltre”, “Io sono qui”, “Viaggiatore” e “Sono io”, tutti album di altissimo profilo, alcuni diremmo epocali, nei quali novità e sfide si rincorrevano e Baglioni dimostrava lucida e poetica visione del mondo anche oltre il cantar d’amore. “In questa storia che è la mia”, invece, pur essendo un progetto articolato e ben pensato -è racchiuso fra un’ouverture e una coda strumentali, dentro cui scorrono i 14 inediti ulteriormente punteggiati da quattro interludi piano e voce-, dà l’idea d’un cercarsi artistico che sfocia anzitutto in un concentrarsi limitativo sempre e solo sull’amore, e poi in un involontario riscriversi: evocando sì gioielli d’antan e i dischi succitati cui Baglioni stesso rimanda, per capire l’ultimo nato, ma senza minimamente avvicinarne lo spessore.

Ci sono infatti diversi passaggi non esaltanti, in questo nuovo album, specie pensando che è nato in ben tre anni di lavorazione: la labilità jazzata e già cantata di “Quello che sarà di noi”, il saltellamento senza sugo di “Mentre il fiume va”, e ancora lo scivolamento dei valori inseriti dentro “In un mondo nuovo” solo e soltanto in una dimensione testuale pop senza guizzi d’autore, o quel continuo alternarsi di ovvietà e spunti, poesia e calembour, qualità e pretenziosità che si coglie sia musicalmente sia testualmente all’ascolto di “Come ti dirò”, “Uno e due”, “Reo confesso”. Il Baglioni del periodo 1980-2000, invece, anche nella leggerezza sapeva volare alto: qui pare riuscirvi solo in “Lei lei lei lei” ad alleggerire rimanendo profondo, con gusto anni Settanta molto sfizioso.
Certo, però, Baglioni rimane Baglioni. E si sente, la sua statura d’artista di serie A, in altri passaggi del neonato album: “Altrove e qui” (ballad autobiografica e indifesa, saporosa con slanci popolari), “Io non sono lì” (dall’allure romantica sempre Seventies ma carezzevole, molto riuscita), “Pioggia blu” (che intanto è di scrittura non banale, e poi pur alternando a molte perle qualche banalità regala una fragranza folk di chitarre davvero intrigante). E capolavori ce ne sono anche qui: la bella, melanconica, toccante, di gran presa lirica “Gli anni più belli”, la classicità intensa spruzzata di spleen di “Mal d’amore”, soprattutto nel finale quando alle emozioni forti di “Dodici note” (sinfonico old-style che prende, e canta l’amore in modo anomalo quanto grazioso) si succede la magnifica “Uomo di varie età” -che va letta anche come uomo di “varietà”-,  brano autobiografico che recupera e sviluppa i quattro interludi piano-voce -dall’infanzia alla gavetta al successo a oggi- in un brano sentito, solare, incalzante, dal testo che alterna intensi struggimenti a piccole ironie. Insomma, ce n’è di roba di classe, di roba… da Claudio Baglioni.

Alla fine, però, sembra molto più interessante parlarci, con il Baglioni del 2020, che non ascoltarne questo disco alterno. Anche se, conoscendolo, hai visto mai ch’egli dal vivo saprà dare spessore a pagine che ora paiono più labili di altre. L’obiettivo di “In questa storia che è la mia”, concept sull’amore e le sue possibili parabole, è infatti comunque quello di lasciare un segno forte a spunto di riflessione, spiega lui. “Il tempo è un avversario micidiale di ognuno di noi; il vantaggio del mio mestiere è poter pensare che qualcosa, un’operina, una canzone, lascerà un nostro ricordo oltre il tempo. Quando ho iniziato a pensare di dover incidere qualcosa di nuovo, dunque, ho coniugato il verbo incidere anche nel senso di lasciare un segno: cosa avrei voluto lasciare? Ecco, volevo lasciare qualcosa che in qualche modo potesse incidere sulla sfera emotiva o intellettuale di chi avrebbe avuto voglia o bontà di ascoltarmi. E siccome ho sempre cantato l’avventura/disavventura di vivere, in cui l’amore recita una parte preponderante, ho puntato su questo. Ho sempre pensato che le canzoni siano serenate, che cantino l’amore anche quando non lo fanno, dunque penso ci sia sempre da raccontare su questo tema, per quanto sia stato scandagliato anche da me. E così, a parte il grandangolo che ho usato nel primo e ultimo brano (“Altrove e qui” e “Uomo di varie età”, Nda) che danno al tutto uno scenario temporale e presentano una mia geografia intima, ho usato il teleobiettivo per parlare di un amore possibile, con tutte le sue curve e la sua parabola. L’arte per me deve astrarsi dalla cronaca, non per nulla il lockdown e il Coronavirus non hanno inciso sulla scrittura del disco: semmai spero incidano su di noi, che si riparta ripensandoci, correggendoci. Anche se non mi sembra che si stia facendo qualcosa in tal senso, e ciò mi preoccupa…”

Al di là delle doverose notazioni critiche di cui sopra, va detto poi che come sempre Baglioni ha lavorato duro, di cesello, su spartiti e liriche, suoni e parole del disco nuovo. “Ci sono tante linee melodiche che credo siano tecnicamente interessanti” dice infatti lui “anche se la linea guida della musica rimane per me l’emozione; in compenso i testi, che non sono metafisica come le note ma concretezza, li ho lavorati puntando molto anche sui significanti, non solo sui significati delle parole. Ho cercato effetti sonori, forme particolari, reiterazioni volute. E dal punto di vista delle strumentazioni ho voluto tornare all’acustico, a energia e vitalità di una timbrica collocabile fra anni Sessanta e Settanta, come fosse quasi un “disco in costume”. Le sonorità elettriche e acustiche di quest’album sono tutte prodotte da musicisti; e la parte tecnologico-digitale è intervenuta non per imitare strumenti esistenti, ma solo quando serviva suggerire altri ambienti usando suoni autonomi”.
Fra una riflessione e l’altra, Baglioni svela poi che in realtà una canzone che parla anche di quanto stiamo vivendo oggi c’è, ed è “Pioggia blu”. “Perché in effetti parla d’una minaccia che si guarda incombere chiusi nella tana d’un amore: una minaccia che si spera passi, che è difficile connotare, e che però serve a rilanciare l’unione di due io sino ad arrivare, finalmente, a un noi”. Poi l’artista si difende anche per il tempo che ci ha messo, a produrre un album nuovo. “Il fatto un po’ è che col tempo che passa si ha meno da dire; un po’ è che lo si vuole dire sempre meglio. E comunque lo so, che quando uno ha una storia dietro alla fine questa storia vince sempre, il confronto fra inediti e brani del passato sarà sempre perdente per i primi. Ma io sento d’aver fatto un buon lavoro: ci ho messo quasi tutto dentro, volevo fermare il tempo per poter poi andare ancora avanti, spero proprio che questo disco sia affermativo di quanto so fare, oltre che portatore dell’eredità dei miei 52 anni di musica”.
L’amore al centro del disco, poi, Baglioni comunque lo segnala come non retorico né utopistico, bensì quotidiano e realistico; e in effetti questo emerge nitido, all’ascolto del CD. “Parlo di un amore che deve nascondersi perché il mondo lo minaccia. C’è tanto, fuori, che va in una direzione contraria all’amore. Oggi non è come il dopoguerra, allora io c’ero e vidi che l’amore esplodeva: ci si aiutava, si credeva in un amore per la vita capace di costruire un domani migliore. Oggi il modello economico del mondo è sbagliato, dominano cinismo e singolarismi. Io ho voluto spingere a pensare di ripartire dall’amore, ma non da un amore idealizzato; da un piccolo amore che faccia capire quanto da soli, in realtà, non si vada da nessuna parte”.

Lui, Claudio Baglioni, nel 2021 andrà invece in tour, con uno spettacolo che prenderà il nome dalla canzone “Dodici note”: per appunto dodici serate alle Terme di Caracalla di Roma (4-6, 8-10, 12-15, 17-18 giugno) seguite da due concerti al Teatro Greco di Siracusa (16-17 luglio) e altrettanti all’Arena di Verona (11-12 settembre). Con in scena “un’orchestra di 64 elementi, un coro lirico di 30, sette voci moderne e la band; perché l’ambizione è fare spettacolo con la musica, far ascoltare l’incredibile gamma degli strumenti per raccontare questo album nel suo rotolare inserendovi alcuni passaggi antologici della mia carriera”. E lì, forse, nell’esposizione quasi a opera pop, “In questa storia che è la mia” acquisirà peso anche nei passaggi friabili: e la bravura del Baglioni live farà avvertire meno, il confronto con un passato che francamente pare oggi inarrivabile per l’inedito in uscita il 4 dicembre. “Il quale inedito è un disco demodé, è vero” chiude lui “ma vorrei venisse proprio ascoltato dall’inizio alla fine, più che a segmenti; ha una drammaturgia, uno scorrimento su cui ho lavorato con grande attenzione. Prendetelo come entrare in una camera con vista: la vista è su uno skyline lontano dagli acciacchi del quotidiano, che però vorrebbe dare la spinta, quando si ritornerà al mondo, a riconsiderare il mondo stesso con un’attenzione diversa”.

Articolo di: Andrea Pedrinelli 

Foto: Alessandro Dobici

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Andrea Pedrinelli
Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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