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Valerio Aiolli ci presenta Portofino Blues

Uscito per Edizioni VolandPortofino Blues” l’ultimo lavoro dello scrittore Fiorentino Valerio Aiolli, che racconta con perizia la storia della sparizione della contessa Francesca Vacca Augusta. Ne abbiamo parlato con lui 😉

Portofino blues ci fa fare un passo indietro nel tempo, quello della scomparsa della contessa Francesca Vacca Agusta. Perché hai deciso di raccontare la sua storia?

Grafica Divina

Ricordavo vagamente la vicenda della scomparsa della contessa Agusta, ma quando ci ho messo gli occhi sopra mi sono accorto che era una storia incredibilmente appassionante, da vari punti di vista. Quello del mistero (pochi personaggi confinati dentro una grande villa sul mare in inverno, una sparizione, un cadavere ritrovato in mare a centinaia di chilometri di distanza); quello della vita delle persone coinvolte (che spaziava in scenari di mezzo mondo e mi avrebbe permesso di raccontare snodi vitali dello sviluppo della società italiana (e non solo) dal punto di vista economico, politico e di costume); quello di un paese-cartolina che dietro la suprema compostezza nasconde ampi strati di possibile angoscia; quello di un personaggio (Francesca Vacca Agusta) contraddittorio, visibilissimo ma elusivo, simbolo suo malgrado di qualcosa di meraviglioso e terribile: la bellezza e il suo decadimento; quello, infine, delle indagini seguite alla scomparsa, dove uno spiegamento di giornalisti mai visto in precedenza inaugurò l’era delle inchieste in diretta televisiva.

Da dove sei partito per la ricerca delle informazioni? Quale il filo rosso che hai seguito?

Mi sono basato da un lato sui giornali dell’epoca, su servizi e interviste televisive, dall’altro su alcuni libri biografici o autobiografici scritti dai protagonisti della vicenda. Ho incrociato i dati (a volte, come accade in casi del genere, contraddittori), fatto sopralluoghi, respirato l’aria di Portofino, di Cascina Costa, della Costa Azzurra, del Messico. Poi, una volta messa su una base sufficiente, ho cominciato a scrivere, a connettermi cioè con i personaggi, i luoghi e le situazioni attraverso gli strumenti della letteratura. Il mio intento non era creare un reportage giornalistico che dicesse “questa è la verità sul caso Agusta”, ma raccontare quella storia, con tutti i dubbi e le incertezze ancora in essere, per tirarne fuori la mia versione narrativa.  

Ci dici qualcosa sulla scelta del punto di vista da cui raccontarla?

In libri come questo, per come la penso io, è molto importante la scelta della struttura, cioè del modo in cui si vogliono raccontare i fatti. Dopo varie riflessioni ho deciso di alternare il “dentro” (dentro i personaggi, dentro la villa, con un tempo che viene scandito dalle ore dell’ultimo giorno di vita della contessa) al “fuori” (tutto ciò che accadeva dopo, le indagini, i movimenti dei personaggi effettuati in conseguenza di quanto successo, con un tempo misurato in giorni, settimane, mesi e anni), in modo che i due ambiti convergessero verso il drammatico finale. Il tutto però intervallato qua e là da elementi di disturbo, capaci di rompere una simmetria altrimenti troppo rigida. Inoltre mi sono sentito, e lasciato, libero di variare, anzi di svariare, mettendo in connessione molti elementi apparentemente disparati, ma che mi aiutavano (e avrebbero aiutato il lettore) a tracciare una mappa mentale di quel periodo: film, musiche, riferimenti a storie di personaggi marginali (attori, calciatori, cantanti, ecc.). Questa commistione di solidità e libertà spero che permetta di lasciarsi andare alla lettura in ogni sua divagazione, senza freni, come un’immersione, ma anche senza avere la sensazione di perdersi mai completamente rispetto alla storia principale.

Qual è la cosa che ti ha maggiormente sorpreso in questo viaggio? 

Quello che mi sorprende sempre quando avvicino una situazione o un personaggio: la progressiva perdita dello status, dell’aura, dell’immagine con cui viene identificato da lontano, e l’emergere degli aspetti più contraddittori, più aspri ma anche più teneramente umani che, in qualche modo, ci accomunano tutti al di là delle provenienze geografiche, economiche o sociali. E’ vero per tutti i personaggi del libro, in particolare per la protagonista.

Cosa, se si può dire, non avresti voluto sapere?

Sono un curioso: non c’è nulla che non avrei voluto sapere. Certo, alcuni “movimenti” avvenuti nelle settimane successive alla scomparsa della contessa non sono catalogabili come comportamenti inappuntabili. Ma non sono rimasto sorpreso: la natura umana, di fronte a situazioni estreme, dà luogo a volte a comportamenti estremi. 

Che cosa l’Italia di oggi può imparare da quella di allora?

Nulla. Se c’è una cosa di cui mi sono convinto, andando avanti con gli anni, è che se a livello individuale qualche insegnamento dal passato riusciamo a metterlo in pratica, a livello collettivo molto meno. Allora, come oggi, convivevano a poca distanza storie meravigliose (come quella dell’epopea di Giacomo Agostini su MV Agusta) e vicende molto meno limpide e “buone” (come la produzione e la vendita, da parte degli stessi Agusta, di elicotteri militari), c’erano intrighi politico-finanziari come ne vediamo oggi, la ricchezza veniva sbandierata come un valore di per sé, come di recente è accaduto addirittura in Parlamento. La cultura, l’arte, facevano fatica a penetrare quegli ambienti, così come fanno fatica oggi. Villa Altachiara, nata come possedimento inglese, dopo il periodo dorato degli Agusta è finita in mano a un oligarca russo: un passaggio simbolico quasi troppo esplicito, per farci capire come certi luoghi del nostro paese, in realtà, non siano mai stati “nostri”, con tutto ciò che questo comporta in termini di identità collettiva.

Cosa è rimasto fuori da queste pagine?

Anche se fosse rimasto fuori qualcosa, non lo direi mai. Il libro è quello che è, con i suoi pieni e suoi vuoti, con tutto quanto contiene di esplicito e quanto di implicito. Ci ho messo tutto me stesso, e ogni rigo che pensavo valesse la pena di essere scritto, l’ho scritto. Mi sembra che sia tutto lì, nel romanzo: anzi, ogni parola che aggiungo (per spiegare, illustrare, ragionare: cosa che in questo periodo ovviamente mi capita spesso) mi pare quasi una parola di troppo. Chissà quante parole di troppo ho già detto fin qui in questa intervista!

Valerio Aiolli È nato nel 1961 a Firenze, dove vive. Ha esordito nel 1995 con la raccolta di racconti Male ai piedi. Il suo primo romanzo, Io e mio fratello (E/O, 1999), è stato tradotto anche in Germania e Ungheria. Sono seguiti Luce profuga (E/O, 2001), A rotta di collo (E/O, 2002), Fuori tempo (Rizzoli, 2004), Ali di sabbia (Alet, 2007), Il sonnambulo (Gaffi, 2014) e Il carteggio Bellosguardo (Italo Svevo Edizioni, 2017). Per Voland ha pubblicato Lo stesso vento nel 2016 e Nero ananas nel 2019, con il quale è stato selezionato tra i dodici candidati del Premio Strega.

Intervista di: Elena Torre

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