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“pop rock jazz…e non solo” Playing the Room

Avishai Cohen, tromba – Yonathan Avishai, pianoforte
Playing the Room
(ECM)

 Una certa allure cameristica, evocata dal titolo, si ritrova in questo CD fra le pieghe di “Kofifi Blue” e soprattutto della deliziosa, struggente “Shir Eres (Lullaby)” con cui si chiude il viaggio sonoro del trombettista Avishai Cohen (israeliano classe ’78) e del pianista Yonathan Avishai (anch’egli di Tel Aviv e d’un anno meno giovane).

Grafica Divina

Ma non è la “room” del camerismo, in realtà, quella cui paiono mirare questi due artisti imparentati solo da un DNA musicale raffinato, a dispetto delle assonanze fra nomi e cognomi. Quello cui giungono Cohen, con la sua tromba che procede per linee più orizzontali che verticali in un’espressività nitida ed elegante, e Avishai, dal pianismo fatto di microparticelle definite ben meditate e porte in modo struggente quanto trattenuto, pare invece il rinchiudere piacevolmente l’ascolto nei confini d’un pensiero musicale che si fa oggetto sacrale d’un puro ascolto quasi assoluto; dentro quindi un jazz non già “da camera” in senso banale, ma classico in modo maggiormente elevato, con la musica protagonista finanche nei silenzi che i due si scambiano e che spesso lasciano agire liberi, senza frapporvi suoni in eccesso.

L’interplay dei due è intenso e sapientemente misurato, e si esplica in infiniti abbracci sonori tra uno che apre uno spazio d’azione del brano e l’altro che vi penetra nell’intimo, tra un piano del primo e un forte dell’altro, dentro insomma un continuo, garbato, colto rimpallo d’atmosfere: che se uno dei due ne suggerisce una, statene certi che sarà l’altro ad esplorarla; se il primo adombra, il secondo esplicita.

Certo ci vogliono cultura musicale, padronanza degli strumenti, talento e soprattutto pudore della misura (faccenda quest’ultima oggi ben poco in voga), per addivenire da tali presupposti a un equilibrio continuo e mai forzato d’atmosfere pure: senza mai sbavare, strafare o farsi trascinare neppure quando s’agisce su sostanze compositive più segnate dalla ritmica come nel brano di Milt Jackson “Ralph’s New Blues”.

Però Cohen e Avishai ci riescono perfettamente, nel loro intento d’approfondire ed esplorare senza alzare i toni, permettendo al pensiero di chi ascolta di fondersi col pensiero delle composizioni: e ci riescono magnificamente anche confrontandosi coi giganti.
Con un Ornette Coleman (“Dee Dee”) di cui rispettano l’etica “free” ma dialogando pacatamente l’uno dentro l’altro in consapevolezza di reciproci confini; con un Duke Ellington (“Azalea”) di cui isolano due nuclei distinti e vi agiscono come fossero due rami d’una pianta, avvolgendo gli spunti individuali l’uno sull’altro; e soprattutto con un John Coltrane di cui realizzano una maestosa “Crescent” accarezzando e approfondendo solo note-cardine, senza dare spazio al graffio virtuosistico e lasciando al centro sempre e solo l’anima del pezzo.

E certo, nel 50° della sua storica etichetta ECM, sarebbe bello capire come diamine faccia il buon Manfred Eicher a scovare da dieci lustri musica tanto rarefatta da pesarci nel cuore, nell’anima, nelle emozioni, come quest’altra che ha reso album gioiello.

Articolo di : Andrea Pedrinelli

Da ascoltare/guardare, “Shir Eres (Lullaby)”:
https://www.youtube.com/watch?v=PyPowolcJyU

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Critico musicale e teatrale, è giornalista dal 1991 e attualmente collabora con Avvenire, Musica Jazz, Scarp de’ tenis, Vinile. Crea format tv e d’incontro-spettacolo, conduce serate culturali, a livello editoriale ha scritto importanti saggi fra cui quelli su Enzo Jannacci, Giorgio Gaber (di cui è il massimo studioso esistente), Claudio Baglioni, Ron, Renato Zero, Vasco Rossi, Susanna Parigi. Ha collaborato con i Pooh, Ezio Bosso, Roberto Cacciapaglia e di recente ha edito anche Canzoni da leggere, da una sua rubrica di prima pagina su Avvenire dedicata alla storia della canzone.

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